Sappiate che l’Italia sta cambiando. Due grandi manifestazioni stanno segnando il tempo della politica e sul rovello del tempo fanno ruotare la loro protesta per scandire la fretta di uscire da una situazione di angoscia, di incertezza e di degrado.
Sappiate che l’Italia sta cambiando.
Due grandi manifestazioni stanno segnando il tempo della politica e sul rovello del tempo fanno ruotare la loro protesta per scandire la fretta di uscire da una situazione di angoscia, di incertezza e di degrado.
Fateci caso, il 13 febbraio le decine di migliaia di donne convocate da una iniziativa fuori dai partiti avevano gridato: “Se non ora, quando?”. Ieri le migliaia di precari che a Roma e in tutta Italia, convocati via internet, si sono radunati per dar vita a grandi cortei hanno urlato: “Il nostro tempo è adesso”.
Partiamo da qui, dal tempo che è scaduto nei torbidi messaggi di una politica prigioniera di una leadership prepotente che si fa vittima per guadagnare il consenso di un’Italia spaventata e che viceversa trascorre inesorabile nella solitudine di milioni di uomini e donne, per lo più ragazzi, che non hanno un lavoro, che l’hanno per poco, che sono privi di tutela, che sono senza avvenire.
Alla fine dell’Ottocento quando l’emigrazione di massa svuotava il Mezzogiorno, dopo aver depauperato il Veneto e il Friuli, un anonimo toscano compose un canto popolare che diceva: “Italia bella mostrati gentile, i figli tuoi non li abbandonare…”. C’era un’implorazione in quei versi che non riuscirebbe a contenere la rabbia di oggi eppure conviene partire ancora da qui per capire il secondo elemento, oltre al tempo, che rende straordinaria la protesta che ha invaso le città di un caldo sabato d’inizio estate.
Non siamo di fronte alle rivendicazioni di un movimento che esprime la voglia di settori della società di assidersi al tavolo comune. C’è di più, c’è l’irrompere delle vera grande questione italiana su cui si gioca non solo l’avvenire di molte generazioni ma anche il futuro del paese intero.
Quello spreco di generazioni che aveva colpito anche il governatore della Banca d’Italia è più che un’ingiustizia, è la dichiarazione di fallimento di una classe dirigente che rischia di trascinare nel gorgo finale una intera nazione.
Di questo stiamo parlando quando sentiamo che la politica non può tardare a dare risposte a milioni di giovani, un vero mare umano nel Sud, che non si riconoscono più nella narrazione boccaccesca e oltraggiosa delle avventure del signore della destra e dei suoi chierici che invocano paure e compiacimento da un popolo di destra che ridiventa plebe impaurita e guardona.
Le donne e i precari con loro grido di battaglia sul tempo presente rompono una cappa che stava mortificando l’intera società italiana e scuotono dalle fondamenta, più di mille articoli e saggi politici, le certezze di una lunga stagione di ubriacatura liberista in cui l’esaltazione dell’individuo non ha prodotto nuovi diritti ma ha sconfitto l’idea della coesione, non ha promosso la meritocrazia ma ha creato scalate sociali effimere e vanitose, non ha prodotto nuova democrazia ma l’ha svuotata in una degenerazione della rappresentanza in cui il “trasformismo” è tornato a regnare nei viottoli della politica. Ecco perché la risposta a questi movimenti non la possono dare i giuristi e gli economisti. Non sono loro gli interlocutori di questa nuova ribellione che fa centro sul grande tema della dignità della persona e di una società più giusta. Voglio dire che questa protesta rimette al centro una grande questione politica non solo la correzione di meccanismi legislativi. Stiamo parlando dell’avvenire di un paese che sta vedendo prosciugarsi il suo capitale umano e si sta avviando, finora senza contrasto, verso una stagione di marginalità sulla grande arena dell’economia internazionale mentre la sua società si sfilaccia ed emergono prepotenti, a Nord e anche al Sud, le tentazioni separatiste persino nell’anno anniversario del centocinquantesimo.
Questo paese ha bisogno di uno shock emotivo per rinascere e come è accaduto nella sua storia questo big bang lo possono dare solo grandi movimenti politici, il risveglio sindacale, la disponibilità alla sfide della sua classe dirigente produttiva e una politica che sia in grado di raccogliere tutte queste spinte per preparare la “rupture”. Perché di questo c’è bisogno. E’ fallita l’idea di una destra normale. La caratteristica italiana è che nella sua storia recente la Nazione, dopo la sconfitta del fascismo, è riuscita ad incontrare il popolarismo cattolico e le diversa anime della sinistra ma non è riuscita a trovare sintonia con la destra quando questa ha occupato tutto il campo moderato.
La crisi di oggi interpella il mondo cattolico che si è troppo acquattato, per grave responsabilità delle gerarchie, in una convivenza con la secolarizzazione più spietata e disinvolta e parla a un mondo di sinistra che deve trovare la via maestra di un riformismo che sganciandosi dalle icone del passato non si faccia catturare dalle sirene liberiste, sopravvissute solo in Italia, tardiva dimora di utopie darwiniane che la cultura anglo-americana sta seppellendo.
Ecco perché quella di ieri non è stata una manifestazione come un’altra, non hanno rubato la scena e una sequenza nei tg quelli che hanno nulla. Ieri come il 13 febbraio si è interrotta un’emozione di destra. “Se non ora, quando” e “il nostro tempo è adesso” sono il segnale di una nuova emozione collettiva che cerca spazio e promuove nuovi protagonisti opponendo alla cittadinanza passiva del berlusconismo la nuova cittadinanza degli italiani che vogliono scrivere la nuova storia.