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ieri, oggi e domani

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12 apr 2011

Da Famiglia Cristiana: Chi di Lega ferisce... "Fora da i ball" i leghisti lombardi.



La Lega dei ticinesi vince le elezioni cantonali. Primo punto del programma: cacciare un pò di frontalieri italiani. Cioè un po' di leghisti lombardi.

Visto che in Italia quasi nessuno la pubblica, parrebbe trattarsi di una notizia da poco, un fatterello estero che può interessare solo qualche straniero. Ma non è così, anzi è vero il contrario. In quella terra di confine che è il Canton Ticino, dove la gente parla italiano con inflessioni lombarde come a Como e Milano, si è votato per il rinnovo delle cariche regionali, Governo e Parlamento. Per la prima volta, a spese dei liberali, ha vinto la Lega. Niente da stupirsi, si dirà. Che nel Paese delle autonomie locali prevalga un partito localista è cosa del tutto normale. Difatti. Solo che c’è un dettaglio per cui, oltre agli svizzeri, sono toccati da vicino molti italiani.

Chiunque frequenti le alte vallate lombarde conosce il fenomeno dei frontalieri. Sono quei nostri connazionali che passano la frontiera al mattino a rientrano la sera, oppure si trattengono fino al week-end. Fior di lavoratori, apprezzatissimi sul posto, non clandestini ma dotati di ogni possibile autorizzazione, non ignoranti ma acculturati, gente che ha in comune con gli imprenditori elvetici la lingua, le abitudini, l’educazione. Bene, anzi male. E’ grazie a una campagna contro questi lavoratori che la Lega dei Ticinesi ha costruito il proprio successo. Attualmente i frontalieri lombardi sono 42 mila. Nei manifesti sui muri di Lugano si legge: “Prima i ticinesi. 35.000 frontalieri bastano”.       

    

Hanno un suono ben noto, queste parole. Appunto un suono leghista. Quante volte da noi si è detto che gli immigrati portano via il lavoro agli italiani (un genere di lavoro, anche questo lo sappiamo, che gli italiani non vogliono più fare). Adesso tocca agli svizzeri: via settemila posti, tanto per cominciare. Un pesante taglio, da consolidare nel tempo. E qui il dramma per tante famiglie sconfina nel grottesco, visto che una robusta quota dei frontalieri vota proprio Lega: non quella ticinese ma quella di Bossi.      

    
A questo portano gli egoismi locali. Da noi si rifiutano gli immigrati africani, che per mille motivi sentiamo distanti dalla nostra mentalità. Nel Canton Ticino si rifiutano gli immigrati lombardi, per costumi e dialetto indistinguibili dai ticinesi. Orrendo contrappasso. Pare che Bossi abbia telefonato per congratularsi con i capi ticinesi. A nome di chi? Certo, non dei frontalieri leghisti.  

Marin Faliero

La lobby nucleare all’italiana “A Fukushima tutto bene”.



L'Associazione italiana nucleare (Ain) rassicura, ma cita tecnologie inesistenti. Areva invece è sempre più preoccupata, mentre l'Agenzia per la sicurezza giapponese non sa perché esca acqua contaminata dal reattore.

Dopo le emissioni in atmosfera, il problema del giorno della centrale di Fukushima è diventato il flusso di acqua radioattiva dal reattore 2. Viene riversato direttamente nell’oceano, dove ieri è stato registrato un livello di iodio 131 pari a 7,5 milioni di volte il limite legale. I tecnici sono allo sbando: “Abbiamo provato con la segatura, fogli di giornale e una miscela di calcestruzzo da applicare sulla zona delle perdite, ma la miscela non sembra in grado di entrare nelle falle”. Hidehiko Nishiyama, vice direttore dell’Agenzia per la sicurezza nucleare giapponese ieri ha dettto: “Non sappiamo ancora come fuoriesca l’acqua contaminata dal reattore numero 2”.

La situazione si fa ogni giorno più confusa e secondo i tecnici di Areva, primo costruttore mondiale di impianti nucleari, per domare la catastrofe e capire se l’incidente di Fukushima evolverà nel peggiore disastro della storia del nucleare civile ci sono ancora pochi giorni. Gli ingegneri del colosso pubblico francese, chiamati in soccorso dalla Tepco, (la società proprietaria della centrale) lunedì hanno pubblicato un rapporto, rivelato dal sito linkiesta.it, in cui si confermano i rischi già evidenziati dagli osservatori più esperti. In sostanza, mentre due dei tre vessel d’acciaio che contengono il nocciolo del reattore sembrerebbero integri, su un terzo (reattore numero 2) ci sono seri dubbi, viste le fuoriuscite radioattive. “Non ci sono chiare informazioni sul perché il reattore due si stia comportando in questo modo”, dice il rapporto.

Ma la sitazione che al momento appare più grave è quella delle refueling pools, le piscine in cui è stoccato il combustibile di ricambio e quello esausto. Ci vogliono 10 giorni, dice il rapporto Areva, perchè finisca l’acqua della piscina dell’impianto numero 4 (quello fermo al momento del terremoto) e da cinque a sei settimane perché rimangano a secco quelle degli impianti 1 e 3. La conseguenza sarebbe: “fusione a cielo aperto e vasta dispersione dei prodotti di fissione”. La situazione del reattore 4 potrebbe essere particolarmente critica, perché non è escluso che l’incidente sia accaduto mentre il vessel era aperto per il ricambio delle barre di combustibile. Secondo i tecnici di Areva, è difficile dare un quadro preciso anche perché “la Tepco sta rilasciando troppo poche informazioni”.

Molto più tranquilli sono gli esperti dell’Associazione italiana nucleare (Ain), comitato tecnico-scientifico finanziato dai principali gruppi industriali interessati al business nucleare italiano.

L’Ain, pur non partecipando alle operazioni in Giappone, ha pubblicato sul suo sito una ricostruzione degli eventi che è un capolavoro di minimalismo, condito di affermazioni che paiono quantomeno avventate.
Nella ricostruzione dell’evento, per esempio, si legge che a Fukushima tutti gli impianti hanno resistito al sisma e si sono arrestati automaticamente. Affermazione che sembra ignorare non solo il fatto che i sistemi di raffreddamento sono saltati, ma anche quello che una centrale nucleare non si può spegnere con un interruttore, tantomeno automatico. Anche in caso di emergenza, per il cosiddetto “shut down” è necessaria la corrente elettrica (che a Fukushima è mancata) e centinaia di operazioni che richiedono giorni. Riguardo alla situazione delle piscine poi si afferma chel ’acqua della piscina deve essere continuamente raffreddata, come se fosse scontato che di acqua nelle piscine di Fukushima ce ne sia ancora. Tuttavia, secondo l’Ain in condizioni normali la piscina non raggiunge la temperatura di ebollizione dell’acqua prima di diversi giorni anche in caso di interruzione del raffreddamento.

Più realisticamente i tecnici di Areva hanno però fatto notare che di giorni ne rimangono pochi e se non si trova il sistema di assicurare la refrigerazione delle barre, si andrà incontro al rilascio delle radiazioni a cielo aperto. Il rapporto Ain non manca infine di rassicurare sui mega reattori di terza generazione, gli Epr da 1.600 Mw che si vorrebbero costruire in Italia (progetto che sta incontrando enormi difficoltà proprio sotto il profilo della sicurezza), definendoli “intrinsecamente sicuri” e progettati per fronteggiare anche un evento grave come la fusione del nocciolo.

Il nucleare di terza generazione, assicura l’Ain, è predisposto con modalità di refrigerazione del nocciolo fuso: anche in caso di fallimento dei sistemi di rimozione del calore residuo dal combustibile e suo danneggiamento o fusione, sarebbe possibile assicurarne il raffreddamento, senza che il contenitore risulti danneggiato. Salvo che un sistema di questo tipo non è mai stato nemmeno progettato, visto che tecnologie per fronteggiare un tale evento allo stato non ne esistono.

Marco Maroni e Paolo Ruffati

Immigrati: nella “guerra sui pezzenti” l’Europa boccia la troppo furba Italia.



Europa boccia Italia 25 a 2, con il governo di Roma è rimasto solo quello di Malta. Bocciata la proposta di “attivare la direttiva numero 55 del 2001″, il che vuol dire in soldoni bocciata l’idea, la richiesta italiana di dividersi tra gli Stati europei i circa ventimila immigrati, in gran parte tunisini, sbarcati a Lampedusa. 

Bocciata perché l’Europa a stragrande maggioranza non considera quei ventimila e passa una “invasione”, tanto meno uno “tsunami umano” come pure li avevano battezzati rispettivamente Maroni e Berlusconi. Niente invasione e tsunami in quantità: la Germania a suo tempo assorbì 500mila ex jugoslavi senza chiedere di spartirli con gli altri paesi europei, la Francia ha assorbito negli centinaia di migliaia di nord africani, l’Italia è il paese che concede molti meno ricongiungimenti familiari e manda a buon fine molte meno domande di asilo degli altri paesi d’Europa in proporzione alla popolazione. 

Niente invasione e tsunami in “qualità”: l’Europa dice all’Italia che gli immigrati si distribuiscono un tanto a nazione quando fuggono da luoghi in cui non possono tornare senza rischiare la vita e non è questo il caso dei tunisini che sono “immigrati economici”. L’Europa dice all’Italia: teneteveli perché non sono una marea, teneteli perché potete e rimandateli indietro secondo leggi senza sognarvi di scaricarli in Francia o Germania con l’invenzione dei permessi temporanei elevati a passaporto europeo.

E adesso che faremo, che farà il governo di Roma? 

Darà seguito alla riflessione-minaccia di Berlusconi di appena due giorni fa, quella dello “allora è meglio dividerci?”. L’Italia si dividerà dall’Europa per ventimila immigrati? Sarà la “guerra sui pezzenti” a spezzare l’Unione Europea? Oppure il governo di Roma ritirerà per rappresaglia le truppe italiane in Libano e gli aerei impegnati in Libia? Per “difendere i confini italiani” come vuole Calderoli. Per “difenderli” da chi? Dagli immigrati sparandogli addosso? Per sbarcarli a militare forza sulle coste africane? O per “difendere” i confini italiani dai nuovi “nemici europei”? L’Europa ha sbattuto la porta in faccia all’Italia e poco o nulla di concreto il governo di Roma può fare. Sconsolato più che orgoglioso è il “meglio soli che male accompagnati” con cui Maroni ha commentato la decisione europea. Sconsolato e alquanto sconsiderato: “mala compagnia” è quella europea e allora dove e con chi si accompagnerà l’Italia? 

In Europa il leghismo di governo ha trovato la sua misura, restando solo dietro la porta sbattuta in volto. Ma perché ci hanno sbattuto la porta in faccia?

Perché siamo stati negli anni, come spesso ci accade, troppo “furbi”. Tanto “furbi” che ora ci fanno pagare la nostra “astuzia”. 

L’Italia è campione di inosservanza delle direttive europee. Direttive che i ministri del governo in carica spesso si incaricano di sbeffeggiare, ignorare, trasgredire. Siamo il paese il cui governo aiuta da anni gli allevatori a ignorare i limiti alle quote latte e consente loro di non pagare le multe. Siamo il paese in cui una forza portante del governo, la Lega, da anni fa scuola di diffidenza e di disobbedienza alle regole europee. “Furbi” che stando al governo prendono le decine di miliardi di fondi europei e in piazza e in tv indicano l’Europa come fonte delle difficoltà economiche italiane. Se le ricordano queste cose in Europa, anzi ora si vede che se le sono legate al dito.

Furbi nel farla e nel raccontarla: nessuna opinione pubblica europea vuole gli immigrati e sempre punisce il rispettivo governo che fosse di manica larga nell’accoglierli. Ma solo e soprattutto in Italia il governo ha raccontato alla sua pubblica opinione che era possibile, anzi già fatto, il blocco e il respingimento. Siamo stati “furbi” anche stavolta, gonfiando un esodo a tsunami, proclamandoci “invasi”, raccontando alla gente che sarebbero stati “respinti a forza” e comunque messi “fuori dalle palle”. 

Abbiamo provato a fare lo stesso gioco in Europa ma non ha funzionato, fuori dei confini la Lega non ha la “golden share” di cui gode nei confronti del governo nazionale. Non avevamo dunque ottime ragioni e soprattutto non avevamo buona condotta, per questo l’Europa ci ha sbattuto la porta in faccia.

Eppure deve essere debole e poca cosa questa Europa se trema, si agita e sgomita per ventimila immigrati. L’Italia è stata respinta e bocciata per troppa “furbizia” politica e di governo. Ma l’Europa, Germania e Francia soprattutto, hanno peccato alla grande di avarizia politica e di governo. Non si incrina una unione continentale per ventimila immigrati e neanche per cinquantamila. 

La “guerra sui pezzenti” ha mostrato che le nostre armate sono di chiacchiere e di cartone, che abbiamo perso e disperso credibilità e crediti nei confronti dell’Europa, ma il resto d’Europa, 25 contro 2, ha mostrato la sua fragile miopia. L’Italia dei Calderoli che ritira i soldati per ripicca non merita di essere aiutata, però l’Europa doveva per lungimiranza e per istinto di sopravvivenza offrire di meglio e di più all’Italia di un “peggio per voi”.

Sergio Carli

11 apr 2011

Napolitano, non scherziamo sull'Europa.



Ue gela l'Italia. Malmstrom: 'Decreto non basta, testo non apre a libera circolazione Schengen'.

"Il mio animo è per un impegno forte dell'Italia in Europa affinché il nostro paese continui tenacemente a perseguire una visione comune ed elementi di politica comune anche sul tema dell'immigrazione. Tutto questo senza nemmeno prendere in considerazione posizioni di ritorsione o dispetto o addirittura ipotesi di separazione", ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al rientro dalla missione a Budapest al Ministro degli Esteri Franco Frattini. Il capo dello Stato è preoccupato dalle dichiarazioni fuori misura di esponenti del governo di fronte alle difficoltà opposte dall'Unione Europea e da alcuni paesi membri alla richiesta italiana di condividere con l'Italia il problema del forte afflusso di immigrati dalle coste nord-africane.
A Budapest, all'incontro con i capi di Stato che aderiscono all'iniziativa "Uniti per l'Europa", Napolitano aveva affermato pubblicamente, e poi lo aveva detto direttamente al suo omologo tedesco, Christian Wulff: occorre che l'Europa ricerchi soluzioni efficaci e metta in campo la sua coesione. Delle preoccupazioni del capo dello Stato parlano oggi i quotidiani. Il Corriere della Sera e La Repubblica riportano più o meno la frase del presidente della Repubblica, che invita a non prendere così alla leggera il rapporto con l'UE e a frenare dichiarazioni troppo accese e prese di posizioni che non tengono pienamente conto della normativa europea. La Repubblica spiega che lo staff del Quirinale non lesina inviti alla "responsabilità" e ad evitare approcci "miopi e difensivi". Il Corriere della Sera riferisce che il presidente della Repubblica è stato spinto a esprimere i suoi "timori" al ministro degli Esteri, Franco Frattini, "dopo aver sondato il rappresentante diplomatico italiano presso la UE, l'ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci" e di fronte alle dichiarazioni degli ultimi gironi di Berlusconi, Maroni e Calderoli che hanno ipotizzato una possibile separazione dell'Italia dall'UE, una uscita da Schengen e il ritiro del contingente italiano dal Libano. "Per il capo dello Stato - scrive il Corriere - un conto è criticare una certa 'deriva involutiva' dell'Unione: problema che esiste e che ha ripetutamente denunciato nei fori internazionali, così come non gli sfuggono certe 'illusioni di autosufficienza' emerse ad esempio da recenti scelte (dettate anche da sfide di politica interna) del presidente francese Sarkozy o della cancelliera tedesca Merkel. Un altro conto, invece, è sgangherarsi in sortite esasperate, improvvide e senza costrutto".

I vescovi siciliani contro il governo.



Pubblichiamo qui il passaggio a nostro avviso più importante del documento diramato tre giorni fa dalla Conferenza Episcopale siciliana sul problema immigrazione.

Le soluzioni adottate – a Lampedusa, come a Mineo, Trapani, Caltanissetta… – di fronte all’elevato numero di persone coinvolte, “ghettizzate” in grandi centri di accoglienza o tendopoli, non sono rispettose della dignità umana delle persone immigrate e non sono idonee ad una loro integrazione con il territorio, oltre che a risultare problematiche per le popolazioni locali.

Non considerando la situazione drammatica presente in quei Paesi, si rischia di portare all’esasperazione gli animi degli immigrati al fine di ottenere il loro rimpatrio e dissuadere dal partire chi è rimasto nei Paesi di origine. Gli interventi impostati su logiche di ordine pubblico non valorizzano adeguatamente le risorse del volontariato e delle istituzioni non profit e lo spirito di solidarietà delle nostre popolazioni.

Davanti al dramma degli sfollati, dei profughi e dei richiedenti asilo, i Vescovi riaffermano il valore imprescindibile della persona umana, l’impegno della Chiesa ad educare ad una cultura dell’accoglienza e ribadiscono la propria disponibilità a collaborare con gli Organismi responsabili ad alleviare i disagi degli immigrati attraverso soprattutto le Caritas diocesane, che sono pronte a
mettere a disposizione le proprie risorse umane e materiali. I Vescovi siciliani chiedono con forza che tutte le Regioni italiane si facciano carico con generosità di questa emergenza e che le Chiese europee intervengano perché tutti i Paesi del continente siano presenti in modo concreto, immediato e congruo. Essi ribadiscono la necessità che l’Europa si faccia carico di queste emergenze e non chiuda le porte al grido dei popoli in difficoltà, ma si impegni a realizzare concretamente autentiche politiche di cooperazione che potranno assicurare a tutti sviluppo e pace duratura. Al Governo e alle Istituzioni politiche d’Italia chiedono, secondo le indicazioni della Caritas e della Fondazione Migrantes, di applicare le misure di protezione temporanea a tutti coloro che sono sbarcati in questi mesi e di promuovere modalità di inserimento lavorativo più flessibili che consentano un’accoglienza che vada al di là della prima risposta.

I Vescovi, dopo aver ascoltato la relazione dell’Arcivescovo di Agrigento, mons. Francesco Montenegro, esprimono sincera e cordiale ammirazione per la testimonianza di grande generosità e il senso di accoglienza che da sempre contraddistingue la comunità lampedusana che, in una situazione difficile, ha continuato ad aprire le porte agli immigrati richiedenti aiuto. I pastori delle Chiese di Sicilia chiedono altresì che il Governo italiano tenga conto dei sacrifici compiuti da questa popolazione e mantenga le promesse fatte. I Vescovi, rilanciando gli orientamenti della Settimana Sociale dei cattolici, chiedono la rivisitazione della disciplina sulla cittadinanza, della normativa sulla ricomposizione familiare e una riforma generale della legge sull’immigrazione. Ricordano altresì che il fenomeno migratorio è ormai stabile e strutturale, e pertanto richiedono da parte dello Stato e della Chiesa una costante e rinnovata attenzione che non può fermarsi alla gestione dell’emergenza attuale.



Marcegaglia: «Imprenditori mai così soli».



Il numero uno di Confindustria lancia un video messaggio alla sua categoria. Esorta a unire le forze, a rimboccarsi le maniche in un paese diviso. Ma quando parla di solitudine delle imprese è inevitabile pensare a un governo che poco conclude e tanto chiacchiera.

10 apr 2011

O la politica riparte
da qui o non riparte.



Sappiate che l’Italia sta cambiando. Due grandi manifestazioni stanno segnando il tempo della politica e sul rovello del tempo fanno ruotare la loro protesta per scandire la fretta di uscire da una situazione di angoscia, di incertezza e di degrado.
Sappiate che l’Italia sta cambiando.
Due grandi manifestazioni stanno segnando il tempo della politica e sul rovello del tempo fanno ruotare la loro protesta per scandire la fretta di uscire da una situazione di angoscia, di incertezza e di degrado.
Fateci caso, il 13 febbraio le decine di migliaia di donne convocate da una iniziativa fuori dai partiti avevano gridato: “Se non ora, quando?”. Ieri le migliaia di precari che a Roma e in tutta Italia, convocati via internet, si sono radunati per dar vita a grandi cortei hanno urlato: “Il nostro tempo è adesso”.
Partiamo da qui, dal tempo che è scaduto nei torbidi messaggi di una politica prigioniera di una leadership prepotente che si fa vittima per guadagnare il consenso di un’Italia spaventata e che viceversa trascorre inesorabile nella solitudine di milioni di uomini e donne, per lo più ragazzi, che non hanno un lavoro, che l’hanno per poco, che sono privi di tutela, che sono senza avvenire.
Alla fine dell’Ottocento quando l’emigrazione di massa svuotava il Mezzogiorno, dopo aver depauperato il Veneto e il Friuli, un anonimo toscano compose un canto popolare che diceva: “Italia bella mostrati gentile, i figli tuoi non li abbandonare…”. C’era un’implorazione in quei versi che non riuscirebbe a contenere la rabbia di oggi eppure conviene partire ancora da qui per capire il secondo elemento, oltre al tempo, che rende straordinaria la protesta che ha invaso le città di un caldo sabato d’inizio estate.
Non siamo di fronte alle rivendicazioni di un movimento che esprime la voglia di settori della società di assidersi al tavolo comune. C’è di più, c’è l’irrompere delle vera grande questione italiana su cui si gioca non solo l’avvenire di molte generazioni ma anche il futuro del paese intero.
Quello spreco di generazioni che aveva colpito anche il governatore della Banca d’Italia è più che un’ingiustizia, è la dichiarazione di fallimento di una classe dirigente che rischia di trascinare nel gorgo finale una intera nazione.
Di questo stiamo parlando quando sentiamo che la politica non può tardare a dare risposte a milioni di giovani, un vero mare umano nel Sud, che non si riconoscono più nella narrazione boccaccesca e oltraggiosa delle avventure del signore della destra e dei suoi chierici che invocano paure e compiacimento da un popolo di destra che ridiventa plebe impaurita e guardona.

Le donne e i precari con loro grido di battaglia sul tempo presente rompono una cappa che stava mortificando l’intera società italiana e scuotono dalle fondamenta, più di mille articoli e saggi politici, le certezze di una lunga stagione di ubriacatura liberista in cui l’esaltazione dell’individuo non ha prodotto nuovi diritti ma ha sconfitto l’idea della coesione, non ha promosso la meritocrazia ma ha creato scalate sociali effimere e vanitose, non ha prodotto nuova democrazia ma l’ha svuotata in una degenerazione della rappresentanza in cui il “trasformismo” è tornato a regnare nei viottoli della politica. Ecco perché la risposta a questi movimenti non la possono dare i giuristi e gli economisti. Non sono loro gli interlocutori di questa nuova ribellione che fa centro sul grande tema della dignità della persona e di una società più giusta. Voglio dire che questa protesta rimette al centro una grande questione politica non solo la correzione di meccanismi legislativi. Stiamo parlando dell’avvenire di un paese che sta vedendo prosciugarsi il suo capitale umano e si sta avviando, finora senza contrasto, verso una stagione di marginalità sulla grande arena dell’economia internazionale mentre la sua società si sfilaccia ed emergono prepotenti, a Nord e anche al Sud, le tentazioni separatiste persino nell’anno anniversario del centocinquantesimo.

Questo paese ha bisogno di uno shock emotivo per rinascere e come è accaduto nella sua storia questo big bang lo possono dare solo grandi movimenti politici, il risveglio sindacale, la disponibilità alla sfide della sua classe dirigente produttiva e una politica che sia in grado di raccogliere tutte queste spinte per preparare la “rupture”. Perché di questo c’è bisogno. E’ fallita l’idea di una destra normale. La caratteristica italiana è che nella sua storia recente la Nazione, dopo la sconfitta del fascismo, è riuscita ad incontrare il popolarismo cattolico e le diversa anime della sinistra ma non è riuscita a trovare sintonia con la destra quando questa ha occupato tutto il campo moderato.
La crisi di oggi interpella il mondo cattolico che si è troppo acquattato, per grave responsabilità delle gerarchie, in una convivenza con la secolarizzazione più spietata e disinvolta e parla a un mondo di sinistra che deve trovare la via maestra di un riformismo che sganciandosi dalle icone del passato non si faccia catturare dalle sirene liberiste, sopravvissute solo in Italia, tardiva dimora di utopie darwiniane che la cultura anglo-americana sta seppellendo.

Ecco perché quella di ieri non è stata una manifestazione come un’altra, non hanno rubato la scena e una sequenza nei tg quelli che hanno nulla. Ieri come il 13 febbraio si è interrotta un’emozione di destra. “Se non ora, quando” e “il nostro tempo è adesso” sono il segnale di una nuova emozione collettiva che cerca spazio e promuove nuovi protagonisti opponendo alla cittadinanza passiva del berlusconismo la nuova cittadinanza degli italiani che vogliono scrivere la nuova storia.



Nuovo show
 a Lampedusa.




Televendite. Il presidente del Consiglio sbarca sull’isola e mostra il contratto di acquisto della sua casa per smentire le voci di bufala. Poi contesta l’Ue («Così non serve ») e si compiace per l’assenza di immigrati. Proprio mentre sta arrivando l’ennesimo barcone.


Lampedusa show, atto secondo. Ieri il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è tornato sull’isola, preceduto per un soffio dall’ennesimo barcone carico d’immigrati che si sono aggiunti ai seicento sbarcati nella notte tra venerdì e sabato. Provenienti dalla Libia, dicono. Ma per il Cavaliere «la situazione è sotto controllo».  

Gli immigrati, ha spiegato il presidente del Consiglio, «non resteranno sull’isola», visto che da domani «cominceranno due voli regolari per il rientro in Tunisia», mentre la nave San Marco pattuglia il limite esterno alle «acque territoriali e se intercetta imbarcazioni deve ricondurle» nel paese nordafricano. Non si sa se prima o dopo la dovuta identificazione dei passeggeri, di cui Berlusconi non ha fatto alcuna menzione, più preoccupato di lisciare il pelo agli isolani, gli unici a uscire dignitosamente da quest’ulteriore emergenza, annunciando che «abbiamo preparato una promozione, presto ci saranno speciali sulle tv e spot che faranno vedere bellezze per far sì che l’isola non soffra di effetti economici negativi», e che nel prossimo consiglio dei ministri sarà avanzata la candidatura di Lampedusa al Nobel per la pace. Parola sua, ci mancava solamente che giurasse sulla villa appena acquistata (di cui ha mostrato il contratto di vendita): «La sinistra mente, l’ho comprata». Ma anche se non l’avesse fatto, poco cambierebbe per gli abitanti di Lampedusa che, checché ripeta di presidente del consiglio, vedono quotidianamente un orizzonte affollato di natanti provenienti dal Nordafrica. La colpa, però, non è della Lega che «si è sempre adeguata alle proposte della maggioranza», né dello stesso Cavaliere: «Dobbiamo esigere che l’Europa divida con noi questa accoglienza». E, per non sbagliare ha mollato un ceffone a Parigi («credo si debba rendere conto che l’80% di questi migranti dichiarano di voler raggiungere parenti e amici in Francia») e un altro a Berlino («si devono fare i conti con il fatto che l’Europa è qualcosa di vero oppure non è, e allora è meglio ritornare a dividerci: credo che la Merkel ne converrà»).
Poi un giretto dell’isola, una visita alla tavola calda, bagnetto di folla entusiasmata e lo show è finito. Ma gli sbarchi no. E nemmeno le polemiche in Europa.
Soprattutto dopo la levata di scudi tedesca (che ha fatto seguito a quella francese) contro la decisione italiana di rilasciare permessi temporanei a tutti i tunisini arrivati in Italia dall’inizio dell’anno, garantendogli libera circolazione nell’area Schengen. Ieri il sito della Welt pubblicava un’intervista ad Hans Peter Uhl, esperto della Csu, in cui si chiede che tutti i passeggeri provenienti dall’Italia «siano controllati» negli aeroporti tedeschi «dopo l’atterraggio». Ma al di là del consueto snobismo tedesco, lo scetticismo sulla mossa di Palazzo Chigi monta anche a Bruxelles. La commissaria agli Affari interni Cecilia Malmstrom, intervistata dal francese Le Monde, ha affermato di stare ancora valutando la conformità dei permessi italiani con Schengen, smorzando le speranze il Consiglio europeo adotti una misura straordinaria di protezione umanitaria. Insomma, in Europa sembrano tutti tornati ai blocchi di partenza, pronti a ricacciare verso l’Italia il problema dell’esodo dal Nordafrica in rivolta, riducendolo a problema interno. Posizioni che l’Italia, oggettivamente semplice territorio di transito per i tanti maghrebini che mirano a entrare in Europa, non intende accettare senza dar battaglia. Ieri, intervenendo a Budapest alla riunione dei Capi di Stato europei, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha sollecitato «precise posizioni sull’interpretazione di Schengen», ricordando che è «necessario e possibile parlare con una sola voce sull’immigrazione e il diritto d’asilo».
Napolitano ne ha parlato anche con il collega tedesco Christian Wulff. Inutilmente, visto che la replica tedesca ha espresso pessimismo su questa possibilità: «Il primo passo è parlare con una voce sola sugli aiuti ai paesi di origine degli immigrati». Chissà se lo ha ascoltato anche il ministro dell’Interno Roberto Maroni che ieri chiamava in casa il caso del terremoto all’Aquila per dimostrare il primato della solidarietà italiana: «Tutto questo non mi pare che sia molto diffuso in Europa».

8 apr 2011

La Germania sta con la Francia: “I permessi temporanei violano Schengen”, l’Italia si tenga gli immigrati.



BERLINO – Berlino si mette al fianco di Parigi e bacchetta l’Italia per quella decisione di accordare permessi temporanei ai migranti tunisini ”contraria allo spirito di Schengen”. La Germania solleverà la questione lunedì alla riunione ministeriale Ue di Lussemburgo perché il messaggio suona più o meno così: gli immigrati ve li tenete.

Se la Lega di Umberto Bossi aveva persino ingoiato un boccone amaro accettando l’ipotesi dei permessi temporanei per i migranti tunisini, per poi però rimandare a casa i nuovi arrivati in un soffio, alla fine ci si è messo pure il governo di Angela Merkel a creare altre grane a Roma e alle manovre del ministro dell’interno Roberto Maroni.

Dopo lo strappo si era tentato di ricucire tra Francia e Italia, ma il prezzo che il governo italiano potrebbe pagare rischia di essere salato. Di fatto si traduce con un sostanziale riconoscimento delle ragioni dell’Eliseo sull’interprerazione del Trattato di Schengen. Cosa cambia? Sostanzialmente nulla: l’accordo è solo sui pattugliamenti e non sui permessi dopo il vertice bilaterale Italia-Francia, che ha visto riunti questa mattina attorno al tavolo della prefettura di Milano il Ministro Roberto Maroni e il suo omolgo francece Claude Guenat: la Francia continuerà a respingere gli immigrati che non rispettano i principi sanciti dall’art. 5 del Trattato di Schengen, vale a dire l’essere in possesso di documenti validi e soprattutto di risorse economiche sufficienti per il proprio sostentamento.

Non cambia niente per gli immigrati che non soddisfano questi requisiti: saranno tutti respinti anche se in possesso di permesso di soggiorno temporaneo rilasciati dal governo italiano. ”Entambi i paesi sono d’accordo sulla necessita’ di rispettare le regole di Schengen. I permessi di soggiorno temporanei danno la possibilità della libera circolazione, ma sempre nel rispetto dell’articolo 5 che prevede il possesso di risorse finanziarie e di documenti validi. Spetta poi ad ogni paese verificare questi criteri”, ha spiegato il ministro dell’Interno francese Claude Gueant.

Maroni ha spiegato, ”sulla base delle regole esistenti le autorità francesi sono libere di verificare i presupposti e, in un rapporto di leale collaborazione, tutti i presupposti possono essere risolti”. La parola ”accordo” c’è, però non passa inosservato il passo indietro del governo italiano di fronte a una posizione francese che di fatto non è arretrata di un millimetro.

Roma riesce comunque a incassare dall’Eliseo la promessa di mettere a punto una ”azione comune” basata in particolare sul ”pattugliamento congiunto” delle coste del Nord Africa, in particolare quelle della Tunisia. ”Abbiamo concordato – ha detto Maroni – sulla necessità di sviluppare un’azione comune tra Italia e Francia” ma soprattutto ”abbiamo deciso di costituire un gruppo di lavoro congiunto per bloccare le partenze dei clandestini dalla Tunisia”.

Previsto anche l’avvio di un ”pattugliamento congiunto aereo e navale delle coste del Nord Africa”, il tutto mentre ”stiamo studiando congiuntamente dei programmi di rimpatrio volontario agli immigrati a cui viene dato il permesso di soggiorno temporaneo con il sostegno dell’Unione europea”. Resta sullo sfondo la necessita’ di piano d’azione da mettere a punto a livello europeo: ”L’Italia non può essere lasciata da sola, i problemi che stiamo fronteggiando li vogliamo risolvere nello spirito della solidarietà europea”, ha ribadito Maroni pronto a rilanciare la questione sul tavolo del vertice dei Ministri degli Interni europei che si riuniranno lunedi’ a Lussemburgo. L’obiettivo italo-francese è quello di ”creare una cooperazione europea – sono sempre parola di Maroni – sotto l’egida di una cooperazione forte tra Italia e Francia”. Un traguardo ambizioso ma raggiungibile anche secondo il ministro dell’Interno dell’Eliseo: ”Lunedì- ha detto Gueant – andremo a Lussemburgo con posizioni comuni perché è stato fatto un buon lavoro”.