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ieri, oggi e domani

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29 nov 2011

Pensioni e contributi - Troppe differenze e troppi i privilegiati in Italia. In molti hanno contribuito poco ma ottenuto molto.





Dal 33% dei dipendenti all'8,6% dei deputati e il 10% degli architetti.


La pensione può essere davvero un privilegio per pochi eletti. Dopo l'annuncio dello stop ai vitalizi dei parlamentari solo dalla prossima legislatura, un altro dato ha contribuito ad ampliare la differenza fra i cittadini 'normali' e i politici. Stando a quanto rivelato dal Corriere della Sera martedì 29 novembre, «ancora oggi sopravvive una giungla delle aliquote contributive, con i lavoratori dipendenti che pagano il 33% (due terzi a carico dell'azienda) e i deputati e senatori l'8,6%, passando per artigiani e commercianti con il 20-21% e alcune categorie di professionisti con il 10-13% (psicologi, architetti, avvocati). E restano in vigore età di pensionamento più basse della norma (65 anni per la vecchiaia e 60-61 anni per l'anzianità) a favore di alcune categorie, dalle Forze armate ai piloti, dai parlamentari ai conducenti di autobus, metropolitane e treni».
Insomma in teoria tutti siamo uguali, ma in pratica la situazione è ben diversa. Il dossier «privilegi pensionistici» è sul tavolo del presidente del Consiglio, Mario Monti, e del ministro del Lavoro Elsa Fornero, i quali sono chiamati a decidere se e come procedere a riguardo.



REGIONE SICILIA, IN PENSIONE A 45 ANNI.

Ma per ora restano queste cifre e queste differenze: per esempio, spiega il Corriere, i dipendenti della Regione Sicilia possono ancora andare in pensione anticipata a 45 anni, basta che abbiano un parente infermo da assistere. Anche in questo caso è la Regione, a statuto speciale, che comanda. Il mezzo milione di pensioni liquidate a lavoratori con meno di 50 anni d'età costa allo Stato circa 9,5 miliardi di euro l'anno.
Inoltre restano quelle dei fondi speciali Inps: gli ex fondi Trasporti, Elettrici, Telefonici, Inpdai (dirigenti d'azienda) confluiti nel Fondo lavoratori dipendenti e i fondi Volo, Ferrovie, Clero ed ex Ipost (postelegrafonici).



DIFFERENZE SUI CONTRIBUTI.

I privilegi esistono anche nel campo delle aliquote contributive, come sottolineato da Domenico Proietti, segretario confederale della Uil ed esperto di previdenza. La questione riguarda i lavoratori più anziani, che vanno in pensione col sistema di calcolo retributivo che frutta una pensione in rapporto alla retribuzione appunto: una persona che paga il 33% e un'altra che paga il 20% o anche meno, prendono entrambi il 2% della retribuzione per ogni anno di versamento. Il secondo lavoratore, conclude il Corriere, «riceve un regalo rispetto al primo. Ecco perché il ministro del Lavoro vorrebbe uniformare il più possibile le aliquote. E non solo per ragioni di equità ma anche per eliminare gli effetti distorsivi delle aliquote agevolate».


ECCO I CASI DI CHI HA CONTRIBUITO POCO MA HA OTTENUTO MOLTO.

Si può partire da molto vicino oppure da molto lontano per raccontare i mille privilegi che ancora si nascondono nella giungla delle pensioni italiane. Si può partire dalla riforma Dini, varata nel 1995 con l'obiettivo di mandarla regime nel lontano 2030, e raccontare che nei primi 16 anni della sua vita ha consentito il pensionamento anticipato (tra i 56 e i 58 anni) a 3,5 milioni di lavoratori. E si può proseguire ricordando che ancor oggi esistono in Italia oltre 200mila «pensioni di guerra», che oltre all'Inps e all'Inpdap si possono contare decine di casse privatizzate che garantiscono trattamenti diversissimi e che, forse, potrebbero essere armonizzati.
E, ancora, che stranamente gli organi costituzionali (Camera, Senato, presidenza della Repubblica) hanno sui loro bilanci (perché non su quello dell'Inpdap?) le pensioni degli ex dipendenti. L'elenco degli «aggiustamenti da fare» potrebbe andare avanti passando per le tante e diverse aliquote contributive esistenti, i coefficienti di trasformazione da aggiustare, le reversibilità non progressive e via elencando.

CASI CONCRETI.
Ma l'esercizio si ferma quando dall'analisi di sistema si inciampa nei casi concreti, fatti di nomi, cognomi e pensioni incassate. Che fa capire quanto assurdo sia stato il nostro sistema pensionistico, soprattutto nel garantire trattamenti che vanno molto oltre i contributi versati. Motivo che fa intendere quanto di buono ci sia negli obiettivi della ministra Elsa Fornero. Partiamo da qualche baby pensione (si sa che sono 500mila e costano allo Stato 9 miliardi l'anno) che va oltre l'ormai notissima Manuela Marrone, la moglie di Umberto Bossi andata in pensione a 39 anni e che incassa dall'Inpdap un assegno lordo di 766 euro. Sempre l'Inpdap ogni mese stacca un assegno da 2.644,57 euro per il magistrato pensionato a 44 anni Antonio Di Pietro. Mentre la Regione Sicilia versa un assegno da 10.980 euro lordi dalla tenera età di 47 all'assessore Pier Camillo Russo. Alfonso Pecoraro Scanio dall'età di 49 anni incassa dalla Camera un assegno di 8.836 euro.
Ma il record assoluto è di chi oggi prende una pensione dopo pochissimi giorni di lavoro. Il primato della sezione spetta a Luca Boneschi, parlamentare per un solo giorno che oggi ha diritto a un assegno della Camera di 3.108 euro lordi al mese. La stessa cifra che intasca Toni Negri, ex parlamentare eletto tra le fila dei radicali per i suoi 64 giorni di «lavoro parlamentare».

RISPARMI POSSIBILI.
Naturalmente si tratta di diritti acquisiti, previsti dalla legge e quindi dovuti ai rispettivi titolari. Davanti a questi casi, e ce ne sono davvero tanti, il calcolo dei risparmi che si potrebbero recuperare forse conta meno dell'obiettivo di equità reale che si potrebbe conseguire con una manovra di «armonizzazione vera». Perché non passare dai vitalizi alla semplici pensioni anche per chi ricopre certi incarichi? E perché, per parlare dei parlamentari o dei dipendenti di Camera e Senato, non decidere di girare i loro versamenti (adeguati a quelli dei lavoratori) all'Inpdap? 

Il diabolico Angelino. Perché il delfino del Cav. è insofferente verso il suo mentore.





Due uscite a effetto in due giorni. Prima l’intervento del 27 novembre a Verona, nella domenica che ha ufficialmente segnato il suo ritorno sulla scena. Poi, il 28, le dichiarazioni rilasciate ai cronisti davanti al Tribunale di Milano, dopo l'udienza sul caso Mills. «Un po’ troppo per uno che vuol fare il “padre nobile”, no?».



Queste considerazioni non vengono dal quartier generale del Pd o dalla sede nazionale della Lega.
Né, tanto meno, sono attribuibili alla più taciturna squadra di governo della storia della Repubblica, quella guidata da Mario Monti. Tutt’altro. Le riflessioni, che hanno ben poco di “berlusconiano”, sono state messe a verbale da alcuni dei dirigenti del Pdl che fanno parte della novelle vague di Angelino Alfano.



GLI EX DI FI SPACCATI IN TRE BLOCCHI.

Perché, al contrario di quello che va dicendo il Cavaliere, il Pdl è tutt’altro che un «partito solidissimo».
Al contrario, come spiega a microfoni spenti un ministro del governo che s’è dimesso due settimane fa, «ormai, anche sulla futura composizione delle liste, l’ala ex forzista del Pdl si divide in tre tronconi: una guidata da Alfano, l’altra da Denis Verdini e la terza, di cui faranno parte quelli che finiranno in “Forza Silvio”, da Berlusconi in persona». Con buona pace dell’«unità» tanto sbandierata all’interno della «creatura del predellino», in cui tra un mese è in agenda la stagione del congressi.
Il fatto che tra gli alfaniani doc e i veterani berlusconiani non corra più buon sangue è confermato da due episodi molto simili tra loro. Il primo ha avuto luogo nel giorno del dibattito alla Camera sulla fiducia al governo Monti, in cui - ricorda uno dei presenti alla riunione notturna - «Angelino fece di tutto pur di impedire a Berlusconi di dar seguito alla sua idea di intervenire in Aula». Il secondo il 27 novembre, quando lo stesso segretario del Pdl ha fatto sapere alla sua cerchia ristretta di non aver apprezzato la decisione del Cavaliere di prendere la parola alla kermesse del partito di Carlo Giovanardi.



IL PDL SENZA IL CAV. VALE IL 12%.

Perché, se Berlusconi continua ripetere che non si ricandiderà a premier, gli Angelino boys guardano con sempre maggiore sospetto alle sue uscite pubbliche? Semplice. Perché l’ex premier, che ha tramato fino all’ultimo secondo per evitare l’ingresso dei politici doc nella squadra (viceministri e sottosegretari) di Monti, continua a ripetere ai fedelissimi che «senza di me, il centrodestra non va da nessuna parte». La prova, a sentire il Cavaliere, sta in alcuni sondaggi riservati, in cui avrebbe «testato» un fantomatico «Pdl senza Berlusconi». Col risultato, dicono i suoi, «che quel partito, senza il suo Fondatore, starebbe al 12%». Non un voto di più, non uno di meno.

L’Europa e l’Euro sull’orlo di una crisi di nervi e di…credibilità.





A quasi 10 anni dalla creazione della moneta unica e dell’Eurozona, tutta l’Unione europea è sull’orlo di una crisi di nervi, oltre che di credibilità internazionale. Una crisi in parte alimentata dal crollo dei mercati finanziari, a partire dalla recessione produttiva e dalla depressione occupazionale e dei consumi; e in parte preponderante, dal non voler affrontare il fallimento stesso del sistema capitalistico neoliberista che ha dominato gli ultimi 30 anni, portando i maggiori paesi più industrializzati a soffrire di ricorrenti crisi.

Nello stesso tempo, assistiamo alla decadenza di una classe dirigente e politica europea, sia conservatrice più o meno moderata, sia socialdemocratica. Non ci si faccia ingannare dalle elezioni il più delle volte vinte dai conservatori, espressione dei movimenti cattolici, né tantomeno da quelle guadagnate da partiti di senso variamente laburista. Si tratta in tutti quei casi di semplici effetti fisiologici di “azione-reazione”: chi stava al governo e gestiva la crisi ha pagato pegno, lasciando il potere all’opposizione, che a sua volta si trova nelle stesse difficoltà operative.
La Francia e la Germania hanno potuto ritardare il loro appuntamento con l’esito delle urne, ma ancora per poco. E per questo si sono ritrovate insieme, come due debolezze a formare un “gigante d’argilla”, a dettare le condizioni amare per quei paesi “meno virtuosi”, entrati nella voragine dei conti pubblici, a partire dai cosiddetti PIIGS, Italia compresa. Ma sia la Francia, sia la Germania, guidati dai conservatori neoliberisti “compassionevoli” Sarkozy e Merkel, hanno in casa una situazione molto contraddittoria: le elezioni amministrative locali e quelle regionali sono state vinte dalle opposizioni di sinistra “rosso-verde”, i due rispettivi Senati (per i tedeschi il Bundesrat, la Camera dei Lander) sono ormai in mano alla sinistra (per la prima volta nella storia della repubblica, presidente di quello francese è un socialista). E il vento del cambiamento cresce sempre più in vista delle presidenziali francesi di aprile 2012 e delle legislative tedesche del 2013 (a meno che la Merkel non scelga di anticiparle, visti i sondaggi negativi).
Insomma, insieme alla debolezza cronica di un’Unione europea e di una BCE, acefale dal punto di vista della guida politica unitaria, coesiste anche una debolezza dei due maggiori “soci accomandatari” dell’Eurozona. Come se un transatlantico avesse due comandanti al timone che tentano di decidere la rotta migliore, nel bel mezzo di una tempesta tropicale, dando ordini ad un equipaggio che non conosce minimamente le loro lingue e che è talmente maltrattato da rasentare l’ammutinamento. Questa è oggi lo stato dell’Unione, mentre oltreoceano, negli Stati Uniti assistiamo ad un’amministrazione Obama alle prese con l’imminente campagna presidenziale, che vede l’attuale leader democratico sotto la soglia di galleggiamento dei consensi, con il rischio default del proprio debito pubblico davvero incombente e gli ottusi ed ostinati Repubblicani, in ascesa presso l’opinione pubblica, delusa dall’atteggiamento rinunciatario di Obama e colpita da una crisi economica e occupazionale senza vie d’uscita a breve.

SE L’ALTA FINANZA IRRESPONSABILE DETTA LE REGOLE.
In questa assenza globalizzata della politica, sono proprio le grandi istituzioni bancarie e finanziarie a dettare i tempi e i modi della vita economica, politica e sociale: quelle stesse grandi “peccatrici” che dalla fine del 2007 ad oggi hanno appunto provocato la crisi mondiale e che gli Stati generosi hanno subito assolto e rifinanziato con i soldi dei contribuenti, dopo un primo momentaneo moto di ribellione e dopo averle moralmente additate come “il male del secolo”. Ora però sono loro a “menare la danza”, a decidere che l’Eurozona deve crollare o quantomeno ridursi ad una sponda arrendevole di “Sua Maestà” il Dollaro, per contrastare nel futuro prossimo l’ascesa di Cina, India, Brasile, Sudafrica, le nuove potenze economiche, dove guarda caso le teorie monetariste alla Friedman, alla Scuola di Chicago, non hanno fatto presa. E dove le casse statali hanno sempre diversificato l’accumulo in dollari ed euro, mentre accrescevano il loro potere finanziario acquistando i debiti sovrani degli Stati Uniti (la Cina ne detiene quasi il 30%).
Negli ultimi giorni, l’attacco ad alcuni paesi della sponda meridionale dell’Eurozona si è esteso al resto dei paesi “virtuosi”, facendo tremare Francia, Germania e Finlandia. Soprattutto, disvelando il piano poi non tanto segreto dei 10/12 grandi speculatori di voler “spacchettare” l’Eurozona, riducendo così la forza politica e ideale dell’Unione europea, oltre che dimezzando il potere monetario di “cuscinetto” giocato finora dall’Euro sui mercati, a cavallo tra l’area dollaro e l’area delle “Tigri asiatiche” e dei BRICS.

DALLA “GUERRA FINANZIARIA” ALLA GUERRA VERA E PROPRIA?
Siamo sull’orlo di una crisi di nervi, dunque, che l’assenza di una guida politica continentale potrebbe far sfociare anche prima in una guerra commerciale-finanziaria e, poi, con l’impoverimento di larghi strati sociali e il fallimento degli stati democratici, potrebbe anche portare a rivolte e a vere e proprie guerre. Certo, la storia non si ripete, ma i fenomeni hanno una loro logica “matematica” e, quindi, i rischi che stiamo correndo sono enormi. Ma la storia del Novecento è lastricata di decine e decine di milioni di morti in Europa, vittime inconsapevoli di egoismi nazionalistici e di miopie finanziarie!
Guai ad abbassare la guardia e a farsi intimorire dalla propaganda catastrofistica sull’Euro, a cadere nella trappola dei messaggi mediatici dei grandi mezzi d’informazione internazionali. Occorre tenere sempre presente che le maggiori catene di agenzie giornalistiche, TV satellitari e WEB, magazine specialistici e quotidiani definiti storicamente “autorevoli” sono in mano a pochi imprenditori e a un ristrettissimo club di società finanziarie. Così come le 3 società di Rating (Moody’s, Standard & Poors, Ficht) sono di proprietà di alcuni oligopolisti che speculano a loro volta nelle Borse di tutto il mondo.Siamo arrivati al capolinea dell’epifenomeno del capitalismo ultramaturo, saturo, ormai incapace di autoregolamentarsi e di rigenerarsi sotto altre spoglie, come è invece avvenuto nel corso di un secolo e mezzo. Si è voluto accrescere mediaticamente il ruolo decisionale del “Direttorio” franco-tedesco, tenendo invece nascosto all’opinione pubblica mondiale la crisi politica interna dei rispettivi leader, Sarkozy e Merkel, occultando le posizioni alternative prese dalle rispettive opposizioni socialdemocratiche, che invece propendono per dare risposte alla crisi dell’Euro del tutto contrarie ai loro governi.

GLI STRUMENTI PER USCIRE DALLA CRISI.
Da questa crisi, è chiaro a molti osservatori e commentatori internazionali (da Krugman a Fitoussi, a Stigliz, a Rikfin), si esce con politiche che stimolino la crescita e lo sviluppo di nuovi settori industriali e occupazionali, oltre ad una più equa ripartizione dei carichi fiscali, riducendo aliquote e livelli di imposte e introducendo tassazioni speciali per i “troppo ricchi”. Certo, c’è anche bisogno di rimettere a posto i conti pubblici e, per quanto riguarda l’Italia, ben venga un periodo di “decantazione” con un governo tecnico che si sobbarchi questo ingrato compito. Ma appunto che sappia anche tenere presente che esistono molteplici strumenti del tutto complementari ed efficienti. Eccone alcuni.
Il caso più emblematico è quello della Tobin Tax di cui si cerca di non parlare mai. I deputati socialisti e democratici del Parlamento europeo hanno fatto approvare a grande maggioranza l’introduzione della Tobin Tax, ovvero la tassa sulle intermediazioni finanziarie nell’ordine dell’0,05% (Risoluzione del marzo 2011), inducendo poi il Collegio dei commissari Ue, il 27 settembre, a raggiungere un accordo politico sul lancio di una tassa sulle transazioni finanziarie, la TTF, a livello comunitario nel 2014. Si studiano ora i tassi da applicare per la Tobin Tax: i commissari sembrano d'accordo su un tasso dello 0,10% per le transazioni finanziarie che riguardino bond e azioni, e di un tasso dello 0,05% per le transazioni relative ai derivati (il presidente Commissione Barroso vorrebbe farla applicare dal 2014 allo 0,10%). Si prevedono introiti, secondo le stime di Bruxelles, sui 450 miliardi nell’Eurozona, che arriverebbero a 650 comprendendo la Gran Bretagna.
Ma, mentre il premier laburista Brown era d’accordo, l’attuale capo del governo, il conservatore Cameron è totalmente contrario, anche perché succube dei “poteri forti” della City londinese, che non vogliono perdere gli introiti derivanti dalla maggiore piazza di intermediazione di capitali e valute che è appunto Londra. E così il Consiglio europeo e l’ultimo Summit dei capi di stato e di governo ha derubricato l’argomento TTF, trovandosi contrari, oltre agli inglesi, Malta, Svezia Olanda. Ma quel che conta di più a livello mondiale è l’opposizione dell’establishment americano, forte anche dell’atteggiamento tiepido di Obama.
Stessa situazione di stallo si registra sugli Eurobond, sostenuti a gran forza dal movimento socialdemocratico-laburista europeo, ma osteggiato dalla Merkel e da altri paesi un tempo “marco-dipendenti”. Per non parlare poi della proposta caldeggiata dal presidente dei Socialisti e Democratici europei, il tedesco Schultz, e fatta propria dal gruppo, di creare un'Agenzia di rating europea indipendente e collegata alle istituzioni internazionali, che farebbe piazza pulita delle “Tre sorelle” Moody’s, S&P, Ficht. Vi sono poi altri strumenti in grado di aiutare i paesi più deboli dell’Eurozona ad uscire dalla crisi e di rilanciare il progetto unitario: come quello di armonizzare le politiche fiscali dei 17 paesi aderenti, di imporre alla BCE di stampare carta moneta e di ridurre ancora il tasso di sconto, anche correndo il rischio di alimentare l’inflazione, tuttora comunque piuttosto bassa.
Insomma, Tutti argomenti che vanno verso un’integrazione maggiore, verso un controllo più stretto delle politiche di bilancio degli stati dell’Unione, ma che il conservatorismo politico, le gelosie nazionalistiche e il neocapitalismo iperliberista vedono come il fumo negli occhi. In questo “stallo irrazionale”, sono i popoli, le masse di occupati, disoccupati, giovani, donne e pensionati, che pagano il fardello più pesante. L’unica alternativa per i movimenti riformisti della sinistra continentale e delle realtà nate dalla NetDemocracy è di riunirsi al più presto ed elaborare un progetto politico di fuoriuscita dalla crisi e dal neocapitalismo: poche tesi e tanta volontà di inglobare le diversità, piuttosto che rimarcare le proprie identità.

L’Europa, tutta, non può più attendere!

28 nov 2011

FATALE L'ESITAZIONE DEL GOVERNO BERLUSCONI-BOSSI - ITALIA VERSO LA RECESSIONE - L'allarme dell'Ocse: «Il Pil del 2012 al -0,5%».





L'Ocse ha lanciato l'allarme recessione soprattutto in Italia.

Si parla infatti una sensibile flessione del Pil italiano per il 2012. Le stime si sono confermate negative con l'andamento dell'economia al ribasso (-0,5%) e il verdetto delle agenzie ha tagliato così le precedenti previsioni positive (+1,1% nel 2011 e +1,6% nel 2012). 

La crescita, secondo l'Outlook dell'organizzazione, è prevista solo nell 2013 con un Pil in aumento dello 0,5%. Riforma delle pensioni e mercato del lavoro sembrano essere le priorità sulle quali lavorare secondo l'osservatorio economico.


ANCHE L'EUROPA IN CALO.
Così come in Italia, anche nell'area euro è prevista una recessione nel 2011. La crescita è dell'1,6%, cifra ben più bassa rispetto alla stima precedente di +2%. Al ribasso anche la Germania (da +3,4% a +3%) le cui previsioni per il 2012 sono sensibilmente in calo (da +2,5% a +0,6%). In difficoltà anche Grecia, Portogallo e Ungheria. Meglio di noi invece, con una crescita comunque limitata allo 0,3%, Francia e Spagna, mentre nel Regno Unito è previsto un andamento positivo dello 0,5%. Anche il 2013 non sembra sorridere all'Italia con un crescita minima dell'0,5%, l'indice più basso di tutta Europa insieme a Grecia e Portogallo.


PREOCCUPAZIONI DIFFUSE. 
«L'economia globale si è significativamente deteriorata dal precedente Economic Outlook» ha affermato il capo economista dell'Ocse Pier Carlo Padoan nell'ultima versione delle stime dell'organizzazione. «Le economie avanzate» ha ribadito Padoan «stanno rallentando e l'area euro sembra essere in lieve recessione. Le preoccupazioni sulla sostenibilità del debito stanno diventando sempre più diffuse». Il capo economista dell'organizzazone ha poi lanciato l'allarme: «Dobbiamo agire con urgenza per evitare il peggio, viviamo momenti difficili» aggiungendo che è necessario «bloccare il rischio di contagio e attuare sostanziali, rapidi e credibili miglioramenti nella capacità dell'Efsf insieme a un maggiore uso del bilancio della Bce».


PESSIMISMO DAGLI ALTRI ISTITUTI.
Non solo l'Ocse ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita dell'Italia. A fine estate, a causa dell'accentuarsi della crisi, diversi istituti, a partire dal Fondo monetario internazionale, hanno dovuto rivedere in peggio le previsioni sull'andamento del Pil italiano. Ecco i dati più significativi con il raffronto tra le stime del 2011 e quelle del 2012:
- Fondo monetario internazionale:  +0,6% | +0,3%, Commissione Unione europea:  +0,5% | +0,1%,  Bankitalia: +1% | +1,1%, ministero del Tesoro: +0,7% | +0,6%,  Confindustria:  +0,7% | +0,2%, Ocse +0,7% | -0,5%.


DISOCCUPAZIONE ALLE STELLE.
Anche il tasso di disoccupazione italiano fa preoccupare e non poco. Secondo l'istituto parigino, sia nel 2012 che nel 2013 il dato è previsto in aumento rispettivamente all'8,3% e all'8,6% (dall'8,4% del 2010). Contemporaneamente si parla di un calo dei redditi familiari: dal +2,3% del 2011 pare si passi al +1,8% del 2012 e al +1,1% del 2013.

Padoan: «Monti è l'uomo giusto per fare uscire l'Italia dalla crisi».
Padoan ha speso parole di incoraggiamento per la situazione italiana benedicendo l'avvento al governo di Mario Monti e della sua manovra per contrastare la situazione di crisi: «Quello messo in campo da Mario Monti per rispondere alla crisi è il giusto approccio, ho molta fiducia nella sua riuscita così come hanno dimostrato Germania e Francia durante l'incontro trilaterale». «Il presidente del Consiglio» ha proseguito l'economista, «ha un piano molto ambizioso ma anche molto severo che si basa su tre punti fondamentali: crescita, consolidamento fiscale ed equità e possiede la competenza e la fiducia del Parlamento per consentire al Paese di rispondere all'attuale crisi».


OCCORRONO RIFORME STRUTTURALI.
Il monito dell'Ocse è chiaro: «Il nuovo governo deve varare importanti riforme strutturali per favorire la crescita. La stretta di bilancio, combinata con il rallentamento della domanda mondiale e con una competitività debole, sarebbe un ostacolo per la crescita a breve termine, ma è necessaria per assicurare progressi sulla strada della sostenibilità fiscale».


FATALE L'ESITAZIONE DEL GOVERNO PRECEDENTE. 

L'istituto parigino ha rilevato poi che «il deterioramento della fiducia in Italia è stato in parte auto-generato, visto che l'ultimo governo è apparso esitante in merito al rispetto dei programmi sul pareggio di bilancio entro il 2014, sebbene il traguardo fosse stato previsto inizialmente nel 2010 e confermato dal Programma di stabilità europeo. Anche l'impegno per riforme strutturali, nonostante la pubblicazione del piano di riforme nazionale della primavera del 2012, è apparso in dubbio. Il passo successivo dell'aumento dei tassi d'interesse sul debito ha costretto il governo ad adottare una posizione ancora più rigida sul fronte del bilancio, puntando all'eliminazione del deficit nel 2013».


BISOGNA ABBASSARE LO SPREAD.
L'Ocse ha affermato con fermezza che «la crescita potrebbe essere maggiore se azioni decisive da parte del governo avranno la capacità di far abbassare gli spread spingendo al rialzo la fiducia. Ma la stretta di bilancio è molto severa, e necessiterà di una forte determinazione da parte del nuovo governo».


RIFORME DEL MERCATO DEL LAVORO LE PRIORITÀ.
Nella ricetta suggerita da Parigi, che ha ribadito la necessità di riforme del mercato del lavoro (anche con tagli ai salari della p.a. e diversificazione regionale degli stipendi), delle pensioni, della concorrenza, delle professioni, delle privatizzazioni, figura anche l'istituzione di un'autorità indipendente per «monitorare i progressi sul fronte del consolidamento di bilancio e delle riforme». L'organismo potrebbe pubblicare una valutazione sull'outlook macroeconomico e sull'implementazione degli obiettivi di bilancio a intervalli regolari. Il capo economista ha insistito particolarmente sulla «liberalizzazione del settore dei servizi, che può offrire notevoli possibilità di investimento, se è vero che in Italia c'é una capacità imprenditoriale diffusa nel territorio. Abbiamo tanti imprenditori, ebbene mettiamoli in condizione di fare il loro mestiere».

Fondamentale rimanere nell'euro.
Padoan ha anche manifestato la propria convinzione riguardo l'importanza di difendere la moneta unica pittosto che pensare di abbandonarla: "Abbandonare l'euro costerebbe più che difenderlo, se l'Italia ne uscisse tornerebbe agli anni '70, con un effetto recessivo e inflazionistico molto forte".


SÌ AGLI EUROBOND.
Sulla questione eurobond l'economista si è mostrato favorevole: «Ritengo che sia uno strumento indispensabile nella prospettiva di una maggiore integrazione fiscale dell'Europa ma devono essere introdotti con un forte rafforzamento in parallelo della governance fiscale ed economica».



Germania affossa l’euro. Èlite bond e manovre per dividere l'Eurozona. Come nel '92.





Le voci si sono rincorse di ora in ora, di pari passo con le smentite del governo Merkel. La Germania ha un piano nel cassetto per uscire dalla moneta comune, insieme agli Stati forti dell'Unione europea, ha scritto il settimanale der Spiegel, citando un programma d'emergenza elaborato dall'università di Amburgo.



Oltre che per un regime con un euro a due velocità, ha gettato benzina sul fuoco il quotidiano die Welt, i previdenti tedeschi si sarebbero già accordati sottobanco con gli altri cinque Paesi a tripla A dell'Eurozona, per emettere insieme gli élite-bond, obbligazioni comuni di first class.
Nella settimana in cui le fondamenta di Eurolandia potrebbero cedere, le speculazioni di scenari futuri hanno iniziato ad accavallarsi alla velocità della luce, mettendo a rischio i traballanti negoziati tra i big dell'Ue. Il clima potrebbe ulteriormente esacerbarsi, alimentando spaccature e battibecchi.


A GUADAGNARCI SPECULATORI E USA.
Qualcuno, di sicuro, ci ha guadagnato e, nei prossimi giorni, accumulerà nuovi miliardi. Sono gli speculatori americani delle grandi banche d'investimento che per rivalutare il dollaro vogliono affossare l'eurozona, hanno puntato il dito gli europei capitanati dai tedeschi.
Peccato che anche la Germania abbia tratto vantaggio dai terremoti dell'euro, risparmiando, secondo le stime del think tank internazionale Re-define, almeno 20 miliardi di euro solo in minori costi di rifinanziamento del debito, tra il 2009 e il 2011.


L'ATTACCO ALLO SME DEL 1992.
Poi ci sono i grandi gruppi d'interesse industriali e finanziari tedeschi tutelati dalla Bundesbank che, investendo nei rendimenti alle stelle dei Paesi stranieri, hanno accumulato grossi capitali. Alcuni di loro chiedono da mesi l'uscita della Grecia dall'Eurozona e una moneta a due velocità. Gli stessi poteri forti che, nell'estate 1992, incoraggiarono George Soros e altri speculatori per cacciare la lira e la sterlina dal Sistema monetario europeo (Sme), nel tentativo di affossare la nascita dell'Ecu, precurosore dell'euro.

Le manovre della Bundesbank e gli interessi tedeschi.
Quasi 20 anni dopo, con l'esplosione dei dei debiti sovrani, da mesi Baviera Hans-Werner Sinn, presidente del potente Ifo Institute di Monaco, ha chiesto l'uscita dall'euro della Grecia.
«La colpa della crisi non è dei manger della finanza, è dei Paesi inadempienti», ha dichiato Sinn, tra maggiori economisti tedeschi, equiparando l'attacco contro gli speculatori del 2011 a quello mosso agli ebrei nel 1929. Della medesima idea è l'ex presidente degli industriali tedeschi (Bdi) Hans-Olaf Henkl, sfegatato supporter della prima ora della spaccatura tra un euro del Nord sull'impronta del vecchio supermarco e uno svalutato euro del Sud.
Ai tempi del dibattito sull'Unità di conto europea (Ecu), di fatto la prima valuta paniere dell'Unione europea, l'allora presidente della Bundesbank Helmut Schlesinger non le mandò a dire: «Non ho assolutamente nulla contro l'Ecu, a parte il suo nome, si dovrebbe chiamare deutsche Mark». 


SOROS EMISSARIO DELLA BUNDESBANK.
Di conseguenza, per preservare l'imperialismo monetario che storicamente poneva la Germania al centro dell'economia europea, il governatore di Francoforte premette affinché Soros attaccasse deliberatamente l'Italia e la Gran Bretagna. Trait d'union per il complotto del 1992 fu Richard Medley, esperto di hedge fund e consulente di finanza internazionale per la Casa Banca, dal 1990 anche consigliere del Soros Fund Managment.
Ad ammettere il legame tra il suo advisor di punta e la Bundesbank fu lo stesso superspeculatore americano, che, in un'intervista al Times dichiarò: «Mi sentivo al sicuro a puntare sull'istituto di Francoforte. Era chiaro che i banchieri tedeschi volessero la svalutazione della sterlina e della lira, pronti, invece, a difendere gli alleati francesi. Ho fatto meglio di altri a restare al fianco della Bundesbank».


IL NECROLOGIO DI MEDLEY.
Casualità, proprio questo novembre Medley è morto all'età di 60 anni. E, tra le frasi citate nei necrologi, è spuntata anche questa curiosa citazione, solleticando le fantasia di dietrologi e cospirazionisti.
Non a caso, pochi giorni dopo la Welt ha raccontato di aver raccolto la soffiata sulle trattative riservate per gli elité bond da un «alto diplomatico dell'Ue». Gli Stati coinvolti nel progetto sarebbero Francia, Finlandia, Olanda, Lussemburgo e Austria: «Tutti Paesi a tripla A con capacità di credito notevole», che all'evenienza, oltre a emettere «obbligazioni comuni a un tasso d'interesse tra il 2 e il 2,5%», potrebbero «finanziare non solo i debiti interni, ma, in casi estremi, gli aiuti a Paesi in crisi come la Spagna e l'Italia».

Dalle manovre sul panfilo Britannia all'euro a due velocità.
Che a premere per dividere in due l'Eurolandia non siano solo i grandi investitori americani, ma cordate industriali e finanziarie tedesche non è un'ipotesi peregrina neppure per Giuseppe Di Taranto, economista dell'università Luiss di Roma. «Ricordiamoci le indiscrezioni sul Britannia, il panfilo della regina Elisabetta in crociera nel Mediterraneo, a bordo del quale, nel 1992, i potenti avrebbero pattuito la spartizione delle aziende pubbliche italiane, dopo il crollo finanziario pilotato, nella stessa estate da Soros. E non dimentichiamoci che questa estate, con gli spread alle stelle, i bund tedeschi sono diventati un porto sicuro». E anche se all'ultima asta, i redimenti eccessivamente bassi ne abbiano frenato l'acquisto, come contraltare «la Germania ha rimborsato i titoli in scadenza a tassi d'interesse sempre minori, accumulando risparmi, mentre chi ha investito verso l'esterno lo ha fatto incassando rendimenti sempre maggiori».

IL MODELLO ECONOMICO TEDESCO.
Inoltre, con la spaccatura tra euro di serie A e di serie B dei Paesi Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), prospettata dalla stampa tedesca, si perpetuerebbe nello spazio economico comune, il modello imposto, con la complicità della Francia, dalla 'grande Germania'.
 Nei trattati fondanti e nello statuto istitutivo della Bce, Berlino, infatti, chiese e ottenne che l'Eurotower raccogliesse l'eredità della Bundesbank, diventando il principale costode dei gruppi d'interesse, per lo più tedeschi, e non il garante della crescita economica dei Paesi dell'Eurozona.
 Anche con il contagio della crisi, Berlino si è opposta fino all'ultimo ad allargare i poteri dell'Eurotower in difesa dell'euro, cambiando lo statuto della Bce per renderla, come l'americana Fed o la Bank of England, prestastrice di ultima istanza.

BOND D'ÉLITE PER LA CRISI.
Creare un'Europa a due binari, permetterebbe alla Banca centrale europea di manterene le sue funzioni inalterate, visto che la Germania, con la sua compagine di Paesi satellite solidi, anziché finanziare obbligazioni comuni, emetterebbe bond acquistabili, in cambio di interessi, dagli Stati poveri.
 Di nuovo prestiti con il contagocce dunque, «come quelli della Troika che hanno messo la Grecia in ginocchio. Grazie alla linea economica dettata dalla Germania a Bruxelles», ha concluso Di Taranto, «i Paesi vicini sono stati progressivamente strozzati e l'Ue è arrivata al fallimento. Questa crisi è la riprova che, sin dai trattati di Maastricht del 1992, parametri e politiche comuni sono state scritte in modo sbagliato».
 Il governo tedesco ha categoricamente smentito le trattative sotterranee per dividere l'Eurozona. Ma è indubbio che grandi gruppi d'interesse premano per la scissione. 

Fondi alla scuola privata l'ultimo colpo di Mrs G. Prima di lasciare l'Istruzione, altro favore dell'ex ministro agli istituti privati.



Francesco Profumo


Nel giro di poco tempo sono cambiate tante persone e situazioni. Abbiamo un nuovo ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, che sicuramente conosce il mondo dell’università e della ricerca; la riforma è stata attuata ormai in tutti gli ordini di scuola e sembra che Mrs G., poco prima di lasciare il ministero, abbia elargito generose sovvenzioni a diversi istituti paritari, a conclusione di una gestione chiaramente favorevole all’istruzione privata ed estremamente penalizzante per la scuola statale di ogni ordine e grado.



PIÙ RISORSE AGLI ISTITUTI PRIVATI.
Sono state sottratte risorse alla scuole pubbliche per finanziare l’istruzione privata, con lo scopo evidente di privatizzare e rendere un lucroso affare ciò che in teoria sarebbe un diritto fondamentale per tutti. Se è vero che le famiglie hanno il diritto di scegliere il tipo di scuola per i propri figli, è anche vero che non era necessario dirottare somme così ingenti verso i privati. Per le famiglie meno abbienti si sarebbe potuto introdurre un meccanismo di sgravio fiscale, mentre i più ricchi avrebbero potuto tranquillamente pagare la retta prevista.
Uno dei tanti paletti introdotti da Mr B. prevede che la riforma non sia modificata, ma spero che il nuovo ministro abbia la possibilità di riesaminare quanto fatto precedentemente. Alcuni studenti hanno protestato subito dopo la nomina di Profumo, perché considerato favorevole alla riforma: credo però che sia necessario attendere e vedere che cosa sia possibile fare.

Regime di austerity con il nuovo premier Monti.
Intanto, il nuovo presidente del consiglio Mario Monti tiene a bada i parlamentari con l’ironia sottile tipica di chi è abituato a insegnare, cercando di sdrammatizzare i conflitti con una battuta non volgare, come quelle a cui eravamo abituati, e nello stesso tempo di far capire a chi di dovere che non è il caso di scherzare con il fuoco.
Il suo discorso di insediamento mi è piaciuto in modo particolare quando ha richiamato ciascuno a prendersi le proprie responsabilità, perché non è proprio il momento giusto per delegare o dilazionare nel tempo. Quindi anche ognuno di noi, nei limiti del possibile, dovrebbe sentirsi responsabile, non nel senso di Scilipoti & Company.
La controparte, cioè il trenino Ffss (con Giuliano Ferrara come locomotiva e i vagoncini Vittorio Feltri, Alessandro Sallusti e Daniela Santanchè) ha tuonato contro la mancanza di democrazia e il 'commissariamento europeo', dimenticando che anche la democrazia ha delle regole e che essere democratici non significa fare tutto ciò che si vuole a seconda del momento.


MR B. ARROGANTE CON L'UE.
Il governo precedente non aveva le idee molto chiare sulla moneta unica e sul fatto di essere uno stato membro dell’Unione europea, salvo poi esigere aiuti e fondi in caso di necessità con toni piuttosto arroganti.
Il parlamento europeo è stato considerato più che altro un efficace luogo di collocamento per parenti e amici che al momento non potevano trovare impiego in Italia. Posso capire l’irritazione di Frau Merkel di fronte a questo atteggiamento irrazionale (anche per tanti altri motivi).


BERLINO HA AFFRONTATO SUBITO LA CRISI.
I tedeschi possono risultare antipatici con il loro atteggiamento da primi della classe, ma credo di comprendere, da italiana e come insegnante di tedesco, le ragioni del loro comportamento: la Germania ha capito subito che la crisi economica mondiale non era solo un problema psicologico e ha cercato di affrontarla con misure immediate che comportavano anche dei sacrifici.
 Noi, le cicale, abbiamo continuato a cantare allegramente, contando sul fatto che qualcuno avrebbe dovuto farsi carico del problema per non crollare insieme con noi. Non dimentichiamo anche che la Germania, dopo la caduta del Muro di Berlino, ha sostenuto spese notevoli per una riunificazione che non era solo politica e monetaria, riuscendo a portare la Germania Est al livello dell’Ovest più avanzato, pur con qualche mugugno da parte dei cittadini costretti a pagare tasse più elevate da una parte e altri che perdevano le garanzie offerte dal regime della Ddr dall’altra. 
Anche a scuola capita di valutare diversamente alunni che, pur avendo molte lacune, si impegnano e cercano di superarle e altri che potrebbero avere un buon rendimento, ma si adagiano e non fanno niente per recuperare.