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ieri, oggi e domani

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29 ott 2011

A Quito c’è un "Pelca" che potrebbe ispirare l’Italia...





Siamo a Quito, a 3.000 metri di quota, nelle invasiones, i quartieri marginali della capitale. Quelli più popolosi e informali privi di servizi, come acqua, fognature, strade asfaltate. Nei giorni scorsi, anche qui, come ogni anno, è ricominciata la scuola. Ma una scuola davvero un po’ speciale.

L’aveva cominciata ancora prima don Dario Maggi (attuale vescovo della cittá di Ibarra, ndr) nel 2002 in quelle campagne isolate, calde e senza acqua della provincia di Manabí, a circa 300 chilometri da Quito. Don Dario era rimasto colpito da una certa modalità di fare scuola ai bambini più piccoli, in attesa della loro entrata alla scuola elementare, inventato in quel di Galizia. Un programma prescolare rivolto ai bambini e realizzato in casa, il cosiddetto “Pelca” (prescolare in casa), che attualmente accompagna circa 500 bambini in tutto l’Ecuador e altri mille ne ha accompagnati in questi ultimi nove anni con il sostegno a distanza.  

L’idea è molto semplice e parte dall’evidenza che i genitori e più in generale la famiglia sono i soggetti dell’educazione del bambino, e che gli stessi possono conseguire ottimi risultati se possono contare sulle necessarie conoscenze. “Quando Dio dona i figli, conferisce ai genitori anche le capacità per educarli”. 

Se i primi cinque anni di vita del bambino sono i fondamentali per la crescita della sua personalità, altrettanto lo sono i genitori che, per natura, li introducono alla realtà. Cosa c’è di meglio, quindi, di un sistema pre-scolastico attento ai bisogni del bambino alla scoperta di tutto ciò che la relazione con i genitori e la vita nella casa e nella comunità può rappresentare come input per la crescita e l’apprendimento? Insomma, una vera e proprio scuola in casa per quei genitori che per scelta o necessità trascorrono il loro tempo all’interno della propria abitazione.

Portare l’educazione nelle case, soprattutto in quelle isolate e in villaggi difficili da raggiungere, ha segnato un passo importante. E non si tratta di case belle e con tutto ciò che uno immaginerebbe. No, qui in questa area andina nella quale lavoriamo, le case sono semplici e umili, al massimo di 25 metri quadrati. I servizi igienici sono “all’aperto” e gli spazi per la cucina sono molto piccoli. Nel migliore dei casi, la vita ruota attorno a un tavolo, al letto, che fa anche da poltrona e da sofá. A volte ci sono delle sedie. Attorno alla casa c’è poi il cortile, l’orto o il giardino. Comunque un pezzetto di terra.

Qui tutto, ma davvero tutto, ruota attorno al ruolo della famiglia, al rapporto con i genitori e, in particolare alle mamme. Ragazze giovani che hanno anche solo 17 anni e sono già madri. Per cultura si dedicano completamente ai loro figli, in media ne hanno 4 o 5, cucinano e si occupano della casa. Il padre, solitamente, è occupato in lavori saltuari e informali. Quasi sempre nel campo delle costruzioni, come muratore, che gli  permette di guadagnare per mantenere, sempre con fatica, la sua numerosa famiglia. Una famiglia presente, viva, anche se povera.
Una bellezza da sostenere. 

Le dichiarazioni di Berlusconi tolgono fiducia al Paese.





Le sue dichiarazioni questa volta hanno davvero rischiato di rompere il giocattolo dell’Eurozona e di rendere irrecuperabile la posizione dell’Italia.

E con lo spread che ha raggiunto i nuovi massimi storici e le istituzioni europee pronte ad una forte reprimenda del governo, il premier è costretto a modificare il tiro. «Non ha convinto nessuno» aveva detto Berlusconi a proposito dell’euro parlando agli Stati generali del Commercio estero, «è una moneta strana, non c'è una banca di riferimento e non ha un governo unitario l'economia».
Poi la solita rettifica: «si cerca di alzare pretestuose polemiche su una mia frase interpretata in maniera maliziosa e distorta. L'euro è la nostra moneta, la nostra bandiera».

Marco Fortis, economista e vicepresidente della Fondazione Edison, responsabile della Direzione Studi Economici di Edison Spa, rimane un po’ stupefatto per la dichiarazione del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, sull’euro. Berlusconi lo aveva scandito: «C’è un attacco all’euro che come moneta non ha convinto nessuno, perché è una moneta strana, non è di un solo Paese ma di tanti che però non hanno un governo unitario né una banca di riferimento e delle garanzie. L’euro è un fenomeno mai visto, ecco perché c’è un attacco della speculazione e inoltre risulta anche problematico collocare i titoli del debito pubblico.
C’è una situazione di grande tensione per gli spread, stamattina le “aste” hanno superato il 6 percento di interesse, che graverà sulle nostra finanza. L’attenzione sull’Italia deriva da un attacco a un euro che non ha convinto nessuno». «È una dichiarazione che mi lascia perplesso» commenta Fortis «in quanto viene pronunciata dal leader di un Paese che è stato uno dei fondatori dell’euro. Diciamo pure che è una caduta di stile e anche un fatto inopportuno. Pensi solo per un attimo se questa dichiarazione l’avesse fatta il cancelliere tedesco Angela Merkel oppure il presidente francese Nicolas Sarkozy: che cosa sarebbe successo? Che tipo di fiducia potrebbero avere gli investitori? Insomma ci sono anche dei ruoli da rispettare, se non altro...».

Se non altro? «Ma sono parecchi mesi che molti economisti scrivono e dicono che l’euro è una moneta strana, che ha meccanismi strani. Del resto questo è anche abbastanza evidente. L’Europa è una cosa complessa, con Parlamenti diversi, fiscalità diverse e l’euro, come moneta, non ha un prestatore di ultima istanza, colui che garantisce la moneta, come la Banca d’Inghilterra, come la Fed. Non è una scoperta. Questo può essere oggetto di discussione tra accademici, studiosi, economisti. Ma, francamente, in una situazione come quella in cui viviamo, che venga a dichiararlo il premier di uno dei Paesi che ha fondato l’euro non mi sembra una scelta responsabile».

28 ott 2011

Pensionati: SPI CGIL, 100mila in piazza a Roma per i giovani e il lavoro.






Sono 100mila i pensionati e le pensionate della CGIL giunti da tutte le regioni di Italia, dal Nord al Sud ed anche dalla Liguria, terra colpita dalla devastante alluvione dei giorni scorsi, insieme a lavoratori, precari, giovani e immigrati, scesi oggi in Piazza del Popolo a Roma. 

Una piazza che si è tinta ancora una volta di rosso, dopo la manifestazione nazionale del lavoro pubblico lo scorso 8 ottobre e lo sciopero della FIOM CGIL di tutto il gruppo FIAT e Fincantieri, la scorsa settimana. Questo è il segno che la mobilitazione della CGIL contro le politiche di tagli del Governo e la mancanza di prospettive di sviluppo per il nostro Paese, non si ferma, ma partita con lo sciopero generale del 6 settembre, proseguirà il 3 dicembre con una grande manifestazione nazionale.

Tante bandiere, tanti fischietti e tanti slogan hanno riempito l'assolata piazza romana dalla quale è stato lanciato un unico grido: 'Nessun dorma' e faccia sentire la propria voce per rivendicare 'più equità, più giustizia e più diritti', contro un governo che incentiva il precariato e abbassa le tutele. Moltissimi i giovani e le donne che si sono uniti alla protesta dei pensionati della CGIL perchè, come loro, sono oggi tra i soggetti più colpiti dalle politiche di tagli lineari del Governo che hanno ulteriormente ridotto i redditi da pensione e colpito al cuore il sistema del welfare. Al tentativo dell'esecutivo di incentivare il conflitto tra generazioni, contrapponendo i giovani e gli anziani, i padri e i figli, lo SPI CGIL ha risposto oggi con una piazza piena di uomini e di donne di tutte le generazioni che hanno chiesto con forza, determinazione e responsabilità un'Italia diversa e migliore.

“Combattiamo per il futuro” è scritto sul palco montato in Piazza del Popolo, dal quale sono intervenuti: un rappresentante della seconda Lega SPI di Roma e Lazio, Rocco Gerace, il Presidente del sindacato europeo dei pensionati (FERPA), Robert Rake ed il giovane del coordinamento 'NON+ DISPOSTI A TUTTO', Luca De Zolt. A concludere la grande giornata di mobilitazione il Segretario Generale dello SPI CGIL, Carla Cantone e il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso che hanno espresso solidarietà alle popolazioni della Liguria gravemente colpite in questi giorni da un devastante alluvione, ma presenti con delegazioni in Piazza del Popolo.
“Siamo stufi di subire, ma non siamo stanchi di lottare” così Carla Cantone ha aperto il suo intervento, ricordando come lo SPI CGIL, nei tre anni di proteste del sindacato sia sempre stato presente alle manifestazioni e al fianco di tutte le categorie. Per i giovani, ai quali è dedicata la manifestazione di oggi, la leader dello SPI CGIL ha detto “pretendiamo che i nostri figli e nipoti entrino ora, adesso, nel mercato del lavoro” perchè è necessario “un presente per avere un futuro”, ha insistito.

Al forte grido di “vergogna, vergogna!” che si è levato dalla piazza, Cantone ha puntato il dito contro un Governo che “per gli anziani ha solamente carità”. Social card, ticket sanitari, cancellazione del fondo sanitario e per la non autosufficienza, tagli agli enti locali e al welfare locale con conseguente riduzione dei servizi assistenziali fondamentali e, l'accanimento contro le pensioni, sono i provvedimenti che mostrano la “faccia di bronzo del Governo” verso i pensionati che sono l'ultimo ammortizzatore sociale rimasto al Paese. “Abbiamo chiesto – ha proseguito Cantone - non super vitalizi, ma pensioni che siano dignitose. Vogliamo servizi, occupazione e una concreta competitività politica e industriale per avere sviluppo - ha proseguito la dirigente sindacale dello SPI CGIL -. Anche Confindustria dovrebbe chiederla invece di fare il tifo per l'aumento dell'età pensionabile e giustificare i licenziamenti facili”. Il vero problema, infatti, ha sottolineato Cantone “è la crescita e il lavoro, non le pensioni”, perchè ha spiegato “senza lavoro è a rischio lo stato sociale, che le stesse persone presenti in questa piazza hanno costruito con fatica”. Ma “per uscire dal buio occorrono risorse” ha insistito la leader dello SPI CGIL ricordando la contromanovra presentata dalla CGIL, che chiede ai ricchi di pagare di più e non ai più deboli, come sta facendo il Governo

Tassare le grandi rendite con la Patrimoniale e chiedere un contributo a chi guadagna più di 90mila euro; un piano straordinario per il lavoro che punti alla crescita e alla stabilità occupazionale; fermare la macchina dei licenziamenti; ridurre il vitalizio dei parlamentari e infine, la dura lotta all'evasione, all'illegalità e agli sprechi, sono queste le proposte della CGIL e dello SPI per far fronte alla crisi, ma per realizzarle ha concluso Cantone “occorre una politica ed un Governo diversi, c'è bisogno di aria pulita”.

La protesta del popolo della CGIL, infatti, non si fermerà qui, come ha dichiarato dal palco il Segretario Generale della CGIL, Susanna Camusso a conclusione della manifestazione nazionale: “bisogna mandare a casa gli accumulatori di macerie, gli incantatori di serpenti. Bisogna mandare a casa questo governo fatto di ministri che hanno in odio il lavoro”. 

Un governo, quindi, che come ha ricordato la leader della CGIL, ha fallito, ma che continua ad attaccare i diritti dei lavoratori: dall'accanimento all'articolo 18, al collegato lavoro, all'articolo 8 inserito nella manovra finanziaria ed ora con i 'licenziamenti facili', sui quali Camusso ha annunciato “la CGIL non parteciperà mai ad un tavolo sui licenziamenti” come il Ministro Sacconi ha auspicato. “Lo Statuto dei Lavoratori - ha avvertito Camusso - non si cancella nè con una lettera della BCE nè con provvedimenti di legge”. Il governo, ha aggiunto Camusso “ha diviso il sindacato”, ma di fronte alla gravità della situazione politica ed economica si rende necessaria l'unità sindacale. A CISL e UIL il Segretario Generale della CGIL lancia un appello “ritroviamoci a discutere e ricostruiamo le ragioni unitarie. Divisi si viene sempre penalizzati”.

Sul tema pensioni Camusso, nel corso del suo intervento, ha ribadito: “non sono oggetto su cui fare cassa”. Per la dirigente sindacale il sistema pensionistico italiano è in “equilibrio. Ciò che non funziona è dover pagare le pensioni di dirigenti, di artigiani e di commercianti che pagano meno contributi e spesso anche meno tasse”.

Nel concludere la leader della CGIL ha dato appuntamento il 3 dicembre in Piazza San Giovanni per una grande manifestazione nazionale sul lavoro, “ci rivedremo presto – ha detto Camusso – perché cambiare si può!”.




Licenziamenti: verso lo sciopero generale. L'ipocrisia del Governo Lega-Pdl.






È scontro sull'ipotesi di modificare la disciplina sui licenziamenti contenuta nella lettera inviata dal governo al consiglio europeo. Le opposizioni e i sindacati sono sul piede di guerra. Il segretario del Pd Pier Luigi Bersani parla di «inaccettabile minaccia», la Cgil annuncia che reagirà «con forza», Cisl e Uil promettono che se saranno fatte modifiche senza il consenso delle parti sociali sarà sciopero generale.
«L'obiettivo è assumere, non licenziare», chiarisce il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi. «'Licenziamenti facilì - spiega Sacconi - è un titolo che serve solo a spaventare una società già insicura ma che non rappresenta le misure suggerite dall'Europa ed accolte dall'Italia con altre proprie integrazioni». Sacconi annuncia che sarà aperto «presto un tavolo di confronto con le parti sociali, che invitiamo ad approfondire il merito senza pregiudizi. I »no« - conclude - non fanno nè crescita nè occupazione. E tantomeno aiutano la stabilità». «Non abbiamo introdotto misure così negative come in Grecia, dove ricordo che ci sono state misure come il licenziamento di un numero importante di impiegati pubblici, la diminuzione del 25 per cento degli stipendi», afferma Silvio Berlusconi rivendicando la differenza tra le decisioni in cantiere per i dipendenti pubblici e quelle viste a Atene. «Nulla di tutto questo. Da noi - scandisce - c'è solo la mobilità, e la possibilità che degli impiegati pubblici siano messi in cassa di integrazione per periodi limitati».
Bersani taglia corto: «Sono inaccettabili minacce di entrare a piè pari sul mercato del lavoro». Mentre più in generale Fli promette che non farà sconti al premier: «Berlusconi ha scritto la lettera all'Unione Europea da solo, senza alcuna consultazione delle opposizioni. Non cerchi Berlusconi coinvolgimenti ex post, non gli faremo sconti», dichiara Carmelo Briguglio, vicecapogruppo vicario di Fli a Montecitorio. «Norme a senso unico contro il lavoro e il modello sociale italiano sono all'interno di una lettera da libro dei sogni, incubi per la verità». Così invece la Cgil bolla la lettera annunciando che «il sindacato reagirà con la forza necessaria».
 Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni promette: «Se il governo dovesse, senza il consenso delle parti sociali modificare l'assetto dei licenziamenti la Cisl andrà allo sciopero. Non siamo d'accordo a mettere mano sui licenziamenti ci sembra una provocazione mentre il Paese ha bisogno di coesione».
Fa eco la Uil: Se il Governo decidesse di modificare le norme sul lavoro, unilateralmente, saremmo costretti a promuovere uno sciopero generale«, si legge nella nota della segreteria nazionale.
Uno sciopero unitario? «Dateci il tempo di parlare». Così la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, ha risposto ai giornalisti che le chiedevano se fosse in preparazione uno sciopero unitario con Cisl e Uil, dopo le misure annunciate con la lettera di intenti del governo a Bruxelles. «Ci stiamo pensando - ha aggiunto Camusso - bisogna capire cosa in concreto il governo ha intenzione di fare, valuteremo tutte le possibilità, per il momento rimane certo l'appuntamento del 3 dicembre a San Giovanni a Roma».

Bersani: «Primarie, poi intesa con Casini
. Io sarò in campo per la premiership».



Il segretario del Pd: patto di legislatura con il centro. Servono misure eque, scandaloso che non si parli più di evasione fiscale.

Pronti ad affrontare la sfida del governo, che sia ora con un esecutivo di transizione, o che sia dopo elezioni anticipate. Perché una cosa è certa, avverte Pier Luigi Bersani, così al 2013 non ci si arriva. Il segretario del Pd traccia la sua road map: primarie di centrosinistra dopo aver stretto un accordo «di credibilità» con Idv, Sel e Psi, che metta al riparo dagli errori del passato sulla tenuta della coalizione attraverso precisi meccanismi parlamentari (un vero e proprio vincolo di maggioranza nei gruppi parlamentari); e apertura ai moderati con un patto di legislatura. Obiettivo: «Ricostruire il Paese» dopo il ventennio berlusconiano. Chiarendo che, quando sarà il momento di scegliere dal basso il candidato premier, il candidato del Pd sarà lui.


Segretario, lei ha definito il documento d’intenti del governo alla Ue come «merce usata», ma i sindacati prendono la parte sui licenziamenti molto sul serio minacciando lo sciopero generale. Come stanno le cose?

«A uno sguardo obiettivo il documento è fortemente minaccioso sul mercato del lavoro. Quando si parla con tanta leggerezza di licenziamenti per motivi di crisi si deve sapere che in questo stesso momento abbiamo 400 mila cassintegrati che leggendo questa novità potrebbero apprendere che da oggi sono tutti licenziati. Al netto di queste minacce, è tutta merce usata venduta come nuova. Penso alle pensioni ma anche alla presa in giro colossale sulle liberalizzazioni. Sulle riforme istituzionali si parla di dimezzare il numero dei parlamentari nella stessa settimana in cui in commissione al Senato hanno stoppato i tagli. Indicano scadenze parlamentari mentre sono costretti alle Camere a ritirare tutti i disegni di legge».


L’Europa però sembra apprezzare le promesse italiane.

«E io non voglio certo minare questa apertura di credito. Ma se tra un mese emerge che abbiamo raccontato ancora un sacco di favole, raddoppiamo i guai. Non possiamo vendere altro fumo».


Nei suoi colloqui di queste ore con Casini e Di Pietro è stata messa a punto una strategia comune delle opposizioni in Parlamento?

«Il giudizio delle diverse opposizioni mi pare largamente univoco. E cioè riteniamo che questo governo non sia più in grado né di produrre cose significative né di garantire ormai l’ordinaria amministrazione».


Resta la necessità, per chiunque governi oggi o governerà domani, come ha detto il capo dello Stato, di assumersi la responsabilità di misure impopolari.

«Chiunque governi o governerà deve prendere misure dure e giuste. Se sono giuste non sono sicuro che siano anche impopolari. L’unica chiave per rispondere è un atteggiamento di fiducia e di verità che dica: chi ha di più deve dare di più, chi è stato disturbato meno ora dovrà disturbarsi di più. E si parte con una cura di riforme secche e vere. Quando io feci da ministro le mie liberalizzazioni, l’Italia si svegliò al mattino con una sorpresa: ecco, il metodo è quello. Il giorno dopo il nuovo governo l’Italia deve svegliarsi con una sorpresa: cose serie e incisive, ma eque. Sto parlando innanzitutto di tagli ai costi della politica, semplificazione amministrativa, un fisco più giusto, liberalizzazioni vere, lotta alla precarietà e così via. E ripeto: eque. Perché la cosa più scandalosa di queste ore è che tra Bce, Ue, lettera e tutto il resto, è scomparso, per esempio, il tema dell’evasione fiscale che è il vero punto di differenza tra noi e il resto d’Europa».


Sta di fatto che il governo che sembrava aver ripreso ossigeno è di nuovo nella tempesta, tra dissidenti del Pdl e gelo con Tremonti.

«Basta far due passi in Parlamento e incontrare parlamentari del centrodestra per vedere che non hanno risolto proprio niente».


Quindi restano tutti i diversi scenari per il dopo Berlusconi. Ma possibile che anche sul votare subito-votare dopo il Pd sia riuscito a dividersi?

«Trovo questi giochetti di comunicazione francamente irritanti. Soprattutto perché il Pd da un anno negli organismi di partito e nelle dichiarazioni del segretario, dice una cosa e una sola: siamo pronti a far la nostra parte in un governo di transizione che sia segnato da una discontinuità e che abbia una larga base parlamentare. Queste riflessioni le ho anche consegnate al presidente della Repubblica non da oggi. Non ci sono queste condizioni? Non possiamo aspettare il 2013. Una terza strada non c’è. Poi, è chiaro, non tutto è nelle nostre mani ma le nostre intenzioni sono queste. Punto».


Il Pd sconta anche un evidente fattore di ambiguità, segretario: non sapere con quale candidato premier né con quali alleanze si presenterà agli elettori.

«Quando sento questa storia che il Pd è diviso sono il primo a dire che a volte esageriamo, ma mi chiedo anche: non è che è entrato in vena un berlusconismo per cui ci si aspetta che parli sempre uno solo? La verità è che noi stiamo lavorando a qualcosa di più grande e profondo del giorno per giorno, stiamo lavorando a una ricostruzione dal lato democratico e dal lato del patto sociale. E’ da qui allora che faccio il discorso sulle alleanze e tutto il resto. E da qui viene fuori il lavoro che stiamo facendo e che è un ben più avanti di quel che comunemente si pensa».


Quando dice «stiamo» a chi si riferisce?

«A noi del centrosinistra. E sto parlando del Pd, di Di Pietro, di Vendola, dei socialisti. Qual è il problema che dobbiamo affrontare e risolvere insieme? La credibilità. Io sto lavorando su questo e stiamo facendo importanti passi avanti su cose molto concrete».


Sta parlando della messa a punto di un documento comune, di una sorta di contratto come lo chiamerebbe Berlusconi?

«Sto parlando di risposte a domande tipo: ma noi la maggioranza parlamentare come la garantiamo, con quale meccanismo? I cinque-sei punti del programma che la gente sa essere un problema - politica internazionale, risanamento, concertazione - come pensiamo di risolverli?».


Quindi lei, Vendola e Di Pietro siete già entrati nel merito di un programma di governo vero e proprio?

«Fare un programma è facile, il punto vero lo ripeto è la credibilità».


E come la si garantisce? I precedenti storici della sinistra di governo non sono proprio rassicuranti.

«Appunto. Per questo stiamo ragionando su un preciso meccanismo. Voglio essere ancora più chiaro: nella vita dei gruppi parlamentari dovrà esserci un vincolo di maggioranza».


D’Alema ha sottolineato giorni fa come l’accordo a sinistra non sia sufficiente e che per arrivare al 60% si debba aprire al centro. Condivide?

«E infatti da questa posizione il centrosinistra deve rivolgere un messaggio alle forze moderate per un governo di ricostruzione. Io non tiro per la giacca nessuno, rispetto, capisco i problemi, i muri da oltrepassare, però al Terzo Polo voglio dire: la vedete l’Italia? Non sto parlando di un’ammucchiata ma di un incontro tra progressisti e moderati italiani per un patto di legislatura e su una dozzina di riforme da fare per ricostruire l’Italia. In vista di questo, glielo dico molto francamente, anche il Pd deve darsi una registrata, perché non sempre la discussione che sento tra noi è all’altezza di questa sfida. Il progetto - centrosinistra di governo, allargamento al centro con un patto di legislatura, ricostruzione dell’Italia - va bene? Avanti, allora si tira. Non va bene? Si discute. Ma non c’è più tempo per chiacchiere che non vanno da nessuna parte».


Visto che sta tracciando la road map da qui al voto, parliamo di candidature? Sarà lei il candidato premier del Pd alle primarie?

«Io ci sono. Non andrò mai davanti al Paese dicendo che ci sono perché lo dice lo statuto del Pd, ma il Pd, che è nato con il metodo delle primarie, proporrà il suo candidato con un’assunzione di responsabilità politica. La coalizione deciderà a proposito delle primarie e chi può partecipare. E a quella discussione non ci si aspetti un Pd o un Bersani che chiude le porte. Quando sento qualcuno dire che Bersani ha paura, io rispondo: è fin da bambino che non ho paura».


Oggi Renzi riunisce a Firenze giovani e meno giovani rottamatori. Tanta dialettica al Pd fa bene o fa male?

«Può far bene, può anche far male. A Pesaro, concludendo la festa del Pd, ho detto ai giovani: se toccherà a me, il giro della ricostruzione lo metterò largamente sulle vostre spalle. Chiedo però che l’idea del collettivo, della squadra, non venga calpestata in nome di eccessi personalistici che ormai sono cose del passato».


Sabato prossimo, segretario, il Pd sarà in piazza a Roma. Perché?

«Saremo in piazza San Giovanni perché è un luogo che ha scandito le vicende democratiche del nostro Paese. Sarà un incontro festoso, nel rispetto dell’ordinanza del sindaco sui cortei, chi non vorrà portare bandiere del Pd porterà il tricolore, saremo lì insieme nel nome del popolo italiano. E mi piace pensare che dopo la figura disastrosa che abbiamo fatto agli occhi dell’Europa, la rimessa in moto della dignità dell’Italia possa passare proprio da questo appuntamento, con la partecipazione dei leader progressisti francese e tedesco, proprio nella città che ospitò i trattati fondativi dell’Unione». 

La Camera ha deciso: niente più soldi 
per il ponte sullo stretto di Messina.





Il governo aveva previsto un finanziamento da 1 miliardo e 770 milioni di euro, di cui 470 milioni per il 2012. Ma l'Aula, con una mozione targata Idv sulla quale la maggioranza si è astenuta, ha bloccato i fondi.

Stop ai finanziamenti, pari a quasi due miliardi di euro, che il governo aveva previsto per la realizzazione del ponte sullo stretto di Messina, una delle grandi opere più volte annunciate dall’esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Lo ha deciso oggi la Camera, in seguito ad una mozione che era stata presentata dall’Italia dei Valori.

Al momento della votazione la maggioranza si è astenuta, nonostante proprio il governo, attraverso il viceministro alle Infrastrutture Aurelio Misiti (nominato poco più di una settimana fa) avesse dato parere favorevole alla mozione. Il viceministro di Matteoli aveva poi chiesto ulteriori modifiche alla mozione, che però non erano state accolte dal partito di Antonio Di Pietro.

La mozione approvata impegna l’esecutivo “alla soppressione dei finanziamenti che il Governo ha previsto per la realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina, pari complessivamente a 1 miliardo e 770 milioni di euro, di cui 470 milioni per il solo anno 2012 quale contributo ad Anas s.p.a. per la sottoscrizione e l’esecuzione – a partire dal 2012 – di aumenti di capitale della società Stretto di Messina s.p.a.”.

Eppure lo scorso 16 ottobre, il titolare delle Infrastrutture Altero Matteoli aveva assicurato che il ponte sullo Stretto di Messina sarebbe stato realizzato “a prescindere dall’eventuale finanziamento della Ue”. A Bruxelles, infatti, nell’ultima lista delle priorità strategiche per le grandi reti transeuropee, l’opera che collega l’isola siciliana allo stivale non era stata inserita. Matteoli aveva comunque precisato che le risorse sarebbero state “reperite sul mercato, come previsto dal piano finanziario allegato al progetto definitivo”. Il Ministro Matteoli aveva anche aggiunto che il ponte “per il governo resta una priorità essenziale per lo sviluppo del sistema dei trasporti dell’Italia”. E oggi, dopo il voto in Aula, il ministo ha fatto notare che le parole del suo vice costituivano “un parere a titolo personale, che non corrisponde a quanto pensa il Governo né tantomeno il sottoscritto”.

I soldi che dovevano servire per il ponte saranno ora utilizzati per potenziare il trasporto pubblico locale: Nella mozione si prevede infatti che il governo “incrementi, come richiesto dalla Conferenza delle regioni, la dotazione del fondo per il finanziamento del trasporto pubblico locale”.

Sulla decisione è intervenuto anche il Wwf che in un comunicato ha definito la decisione “il miglior modo per festeggiare il decennale della legge obiettivo varata nel 2001″. Secondo l’associzione ambientalista, poi, quella di oggi “è la cronaca del fallimento in campo economico-finanziario e ambientale della politica faraonica delle cosiddette infrastrutture strategiche, di cui il ponte rappresenta ‘l’opera farsa’ per gli italiani onesti e ‘l’opera bandiera’ per il governo in carica”.

Rovigo: la crisi del Carroccio la pagano i migranti





Prima un regolamento sulle case popolari che assegna la priorità ai residenti, poi la cancellazione di un progetto di accoglienza per migranti. 

A Rovigo iniziano a vedersi gli effetti del cambio di giunta di maggio, quando il centrodestra di Bruno Piva ha strappato al centrosinistra il governo della città. Manca solo la classica ordinanza anti accattoni, che presto o tardi arriverà, per completare una serie di provvedimenti contro immigrati e poveri, che sembrano più che altro funzionali a sostenere una Lega Nord in crisi [nella foto il segretario provinciale Antonello Contiero].

L'ultima novità è la cancellazione del progetto di recupero del complesso religioso di San Michele, in cui la precedente giunta intendeva portare un centro di accoglienza per migranti, l'informaimmigrati, uno sportello anti violenza per le donne e spazi per varie associazioni. La nuova giunta ci farà un centro per gli studenti. Poco importa se il polo universitario si trova dall'altra parte della città, quel che conta è far fuori gli spazi per i migranti, anche rischiando di perdere i finanziamenti ministeriali già previsti, pur di assecondare il volere della Lega Nord, ma anche degli alleati de La Destra, degli ex di Forza Nuova e perfino dei ciellini del Pdl come Paolo Avezzù.

Il secondo provvedimento recente sono i nuovi parametri per accedere agli alloggi popolari, che ora prevedono punti aggiuntivi per chi risiede in città da più tempo. Con il nuovo criterio, che prevede da mezzo punto a 3,5 punti a seconda degli anni di residenza, l'essere rodigini doc concorre alla pari con i criteri legati al reddito e alle difficoltà materiali delle persone. A prima vista stupisce che un provvedimento pensato chiaramente per escludere i cittadini stranieri venga da un «moderato» come l'assessore ai servizi sociali, Antonio Gianni Saccardin, eletto con una lista battezzata Presenza Cristiana, che sul tema dell'immigrazione ha sempre usato toni ben diversi dalla violenta retorica del Carroccio.
Ma proprio la Lega Nord sembra il principale beneficiario di questa serie di norme, animate più dall'ideologia che dalla necessità di rispondere a problemi reali. Proprio il Carroccio, infatti, trarrà una boccata di ossigeno in un periodo di turbolenze interne ed esterne, che riflettono in parte quanto avviene sul piano nazionale. L'evento più clamoroso è stato lo «sciopero» proclamato dal segretario provinciale, Antonello Contiero, che ha invitato tutti gli assessori leghisti ad astenersi da qualsiasi attività, per protesta contro le scelte della coalizione nella spartizione degli enti di secondo grado.

In realtà, i problemi maggiori la Lega Nord sembra averli ancora una volta all'interno. Negli stessi giorni dello «sciopero», tre consiglieri comunali di Rovigo annunciavano la propria auto-sospensione dal partito. Poco prima vari militanti polesani erano stati sospesi, tra cui Matteo Ferrari, marito dell'onorevole Emanuela Munerato. A Lendinara, «feudo» della Munerato, la sezione locale è stata commissariata e la stessa onorevole è stata destituita da capogruppo in consiglio comunale.
Le motivazioni ufficiali del partito sono «tecniche», ma certo quanto accade nel basso Veneto richiama episodi analoghi accaduti in tutta la regione, come il declassamento di 21 su 31 militanti della sezione di Arzignano. Dietro, dicono i rumors, c'è la guerra della corrente di Bossi e Gobbo contro quella di Tosi e Maroni.

Di certo la guerra in Polesine c'è da tempo. Molti militanti negli ultimi anni si sono scontrati con il segretario provinciale, uomo di Gobbo, e il Polesine pullula di ex leghisti usciti [o cacciati] dal partito in più occasioni. Tuttavia Contiero ha molti santi in Paradiso, tra supporter nelle stanze dei bottoni e una cerchia di fedelissimi di lunga data.
Ex autista di autobus, poi amministratore delegato dell'ente regionale Intermizoo, candidato alla presidenza della Provincia, oggi fa il consigliere in Provincia e in Comune e contemporaneamente è alla guida dell'Interporto rodigino. Quanto «pesi» Contiero lo racconta l'incredibile episodio del commissariamento di un paio di anni fa: sfiduciato dai suoi e costretto a dimettersi da segretario provinciale, Contiero subentrò in veste di commissario della sezione, per decisione dei vertici regionali. Terminato il surreale commissariamento, Contiero è nuovamente succeduto a se stesso, ancora una volta segretario, come se nulla fosse successo.

Dopo il calo dei consensi alle ultime elezioni, che ha ridimensionato il peso del Carroccio nella coalizione (e quindi i posti chiave nella giunta), ora lo scontento dei militanti mina il partito dall'interno. Niente di meglio di qualche provvedimento contro gli ultimi della società per tentare quanto meno di tentare di arrestare la fuga dell'elettorato.

Berlusconi, fatti più in là.





Nel Pdl gira un documento choc e anonimo: «Dimissioni».

A suon di letterine, che vanno e che vengono. Il tribolato momento di Silvio Berlusconi è certificato dall'ultima missiva al veleno recapitata dai suoi 'fedeli'. E così dopo il sì dell'Europa al Cavaliere, le acque restano agitate nella maggioranza.
Alcuni parlamentari del Popolo della libertà stanno lavorando ad una lettera-appello al premier, nella quale si chiede ancora a Silvio di fare un passo indietro e allargare la maggioranza, proprio per poter dar corso agli impegni assunti con l'Unione europea.
Gli «scontenti» del Pdl nella lettera appello - che inizia con un «Caro presidente Berlusconi» - hanno rinnovato ancora la fedeltà al premier, ne hanno sottolineato i «grandi meriti politici» e hanno chiesto di poter continuare a sostenerlo, ma avvertendo che senza un un cambio di passo non potranno più garantire il loro sostegno.


RILANCIARE L'AZIONE POLITICA. Per non finire «su un binario morto», hanno scritto, «è tempo di rilanciare l'azione politica, allargare la maggioranza parlamentare alle forze che tradizionalmente hanno fatto parte della nostra coalizione e dare una svolta all'azione di governo».
Dell'appello, che ancora non si sa quante firme avrà in calce, si è a lungo discusso nella riunione organizzata il 26 ottobre da una quindicina di senatori con Beppe Pisanu, ma anche nelle riunioni degli scajoliani e tra diversi altri esponenti del Pdl.


LE CRITICITÀ RILEVATE. «Ci sentiamo in dovere», si legge nella bozza del documento, «con la lealtà e la sincerità che ti abbiamo sempre dimostrato, di rappresentarti il nostro critico convincimento sulla situazione politica dell'attuale maggioranza parlamentare che sostiene il tuo Governo. Dobbiamo oggettivamente registrare che l'esiguità dei numeri, in particolare alla Camera, non consente a questo governo di poter affrontare neanche l'ordinario svolgimento dei lavori parlamentari, e tanto meno quindi, di dare quelle risposte, anche molto impegnative sul piano del consenso sociale, che la drammatica situazione economico finanziaria richiede», soprattutto dopo la lettera discussa a Bruxelles dal premier.


LA COALIZIONE NON VINCERÀ. La coalizione di maggioranza, è scritto ancora, «non ha alcuna realistica possibilità di vittoria nei prossimi appuntamenti elettorali».
«Da parte nostra», ha concluso la bozza della lettera, «la lealtà, il senso di disciplina e responsabilità che abbiamo finora dimostrato, sostenendo le iniziative del governo anche quando i provvedimenti non erano in sintonia con i nostri principi e i nostri programmi, non potrà da oggi essere più garantita in assenza di una forte discontinuità politica e di governo».


MA PISANU E SCAJOLIANI SI DISSOCIANO. «Non ho ideato, né dettato, né tanto meno sottoscritto la lettere di di cui si parla», ha detto Beppe Pisanu prendendo le distanze dalla lettera.
Stessa opera di smarcamento da parte degli scajoliani: «Di questa iniziativa non so nulla e nessuno mi ha informato. Non ho partecipato alla cena», ha affermato il senatore Franco Orsi, notoriamente vicino all'onorevole Scajola.


NAPOLI: «LA LETTERA È UNA PATACCA». Secondo il vice presidente dei deputati del Pdl, Osvaldo Napoli, «è strana questa lettera-appello indirizzata al premier Berlusconi non si sa bene da chi. Una lettera orfana, quindi con sottoscrittori anonimi. Una patacca confezionata da qualche altro gruppo politico?».

Maroni: «Berlusconi dice che non è vera»
«Ho parlato con Berlusconi e Alfano questa sera e mi hanno detto che non è vero», così il ministro dell' Interno, Roberto Maroni, al suo arrivo ad un incontro a Sesto San Giovanni (Milano) ha risposto alle domande dei cronisti che gli chiedevano un commento sulla lettera di alcuni esponenti del Pdl che chiederebbero al premier un passo indietro.
«A noi interessano le cose serie », ha proseguito, «e le cose serie sono ad esempio gli impegni che il governo ha preso con l'Europa».


PER BRUNETTA E' IRRILEVANTE.  Il ministro Renato Brunetta ospite a Otto e Mezzo ha detto: «Non leggo lettere anonime». Poi ha aggiunto che una missiva «non firmata e senza data» non sembra «politicamente rilevante».


MEGLIO DUE PASSI AVANTI. «Passo indietro di Berlusconi? No, due passi avanti». Lo sostiene sul quotidiano on-line L'Occidentale, il deputato del Pdl Giorgio Stracquadanio, che prende di mira «quanti insistono nella bersanesca richiesta al premier di fare un passo indietro' per favorire l'allargamento della maggioranza».

Il malessere contagia anche le quarantenni del partito
Intanto Laura Ravetto e Nunzia De Girolamo, componenti del direttivo nazionale del Pdl, hanno scritto al segretario Angelino Alfano: «Leggiamo da odierni 'retroscena' giornalistici di fantomatiche riunioni dei cosiddetti 'quarantenni' del Pdl con il  al fine di 'ricostruire il partito'».
 Scontente per questo le due deputate hanno aggiunto: «Siamo certe che il nostro segretario vorrà smentire simili ricostruzioni che rischierebbero di condurci alla pessima simulazione del 'correntificio' giovanile del Pd, dove i giovani si dividono e non uniscono».  


PDL, LUOGO DI DISCUSSIONE. «Noi crediamo che i giovani del Pdl debbano trovare luoghi di discussione comuni e non esercitarsi», hanno concluso le due parlamentari, «nella formazione di gruppi e gruppetti e contiamo su Alfano per perseguire questo obiettivo».