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ieri, oggi e domani

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11 lug 2011

Stampa mondiale: “È schiaffo al premier”.




La stampa mondiale si occupa della sentenza sul lodo Mondadori: nuovo "schiaffo" al premier Silvio Berlusconi dalla Corte di appello di Milano che dà ragione al "suo eterno rivale", secondo i quotidiani di diversi paesi europei e d'oltreoceano. "La Fininvest di Berlusconi condannata per corruzione", titola il quotidiano francese 'Le Monde': "Venti anni dopo - scrive - la vendetta del suo eterno rivale", dopo un braccio di "ferro epico fra i due uomini d'affari". Stesso titolo per 'Le Figaro'', che parla di un cumulo di "disfatte politiche e noie giudiziarie" per il primo ministro italiano. La stampa tedesca titola sullo scontro con De Benedetti: "Berlusconi deve 560 milioni al rivale", si legge sulla 'Frankfurter Allgemeine Zeitung', e così anche il settimanale 'Spiegel', che nella versione on line parla di "nuovo schiaffo" al premier, che "aveva tentato nuovamente di evitare la pena". "Berlusconi pagherà 560 milioni all'editore di La Repubblica", titola 'El Pais'.
"Il cavaliere ha tentato di cambiare la legge per eludere la sanzione", è il sottotitolo. Il 'Wall Street Journal' titola "La corte sanziona la Fininvest di Berlusconi": un nuovo "colpo" al primo ministro italiano, "che già soffre sul fronte politico di tensioni crescenti nella coalizione di governo". Il 'New York Times' propone una lettura contestuale dei problemi giudiziari di Berlusconi e di quelli finanziari del Paese: "Il clima politico in Italia è particolarmente teso, con preoccupazioni crescenti per la salute finanziaria del Paese". Il giornale sottolinea che i problemi legali di Berlusconi sono stati parte del dibattito sulla manovra, citando il ritiro della norma cosiddetta 'salva Fininvest': "La misura é stata letta come il segnale che Berlusconi si è più concentrato sui suoi personali problemi con la giustizia che sullo stato di salute del Paese. Entrambi sembrano volgere al peggio in questi giorni".

La falange
che inneggia ai corruttori.








Schierati e compatti come una falange macedone tutti, ma proprio tutti, gli esponenti di quel partito sono insorti a difesa del patrimonio del Capo, esercitandosi in forme più o meno fantasiose di linciaggio dei giudici.


Da Cicchitto a La Russa, da Bondi a Gasparri, da Quagliariello alla Meloni, e via scendendo per li rami fino al giulivo Capezzone (insignificante di per sè ma in quanto portavoce del Pdl si suppone messaggero di Alfano) tutti hanno voluto scagliare la loro sassata contro i magistrati (e manco si trattava di Pm). «Scempio politico» ed «esproprio proletario» le accuse più gettonate, passando per «Piazzale Loreto» e i «Tribunali di Mosca» fino ad arrivare alla richiesta di «osservatori internazionali».

Caspita! Mica noccioline.
 
In questo esagitato florilegio di insulti la nota dominante è «buttarla in politica». 
Ma che cosa c’entra?

La corte d’Appello di Milano ha ribadito la condanna di un’impresa per corruzione ai danni di un’altra. E se Berlusconi viene individuato come correo del reato lo è in quanto imprenditore, mica come uomo politico. Può darsi che la cassazione emetta un verdetto diverso, ma intanto due gradi di giudizio hanno confermato che così andarono i fatti.

Se poi l’imprenditore corruttore è diventato Primo Ministro è, casomai, problema etico dell’uomo politico porsi il problema di fare un passo indietro.
Quanto appare lontano lo slogan sul “Partito degli onesti” coniato appena poche settimane fa per cercare di contrastare una sconfitta elettorale frutto anche del rifiuto del malaffare, delle bugie e degli imbrogli.

È bastata una sentenza che intacca il patrimonio del Capo (peraltro assai cospicuo, qualcuno lo valuta attorno ai 25 miliardi di euro) a scatenare un’assordante canea con toni da guerra civile. E anche a confermare che nel partito-azienda c’è poco da discutere quando si tratta di difendere gli interessi del Cavaliere, e magari delle proprie prebende; si esalta chi corrompe e si denigra chi cerca di far rispettare le leggi, senza neanche un sussulto di imbarazzo e di vergogna.

Tranquilli, Alfano vigila e la svolta morale è appena dietro l’angolo, giusto dove finisce l’ombra di Silvio.

Ministeri al nord? Tutte le bugie di Calderoli.




Nessun dicastero aprirà a Monza nella data da lui indicata.
Non sono ministeri. Non lo sono, punto e basta: ciò che dice Roberto Calderoli, ministro della Semplificazione Normativa, è falso.

L’esponente dl Governo oggi lo ha assicurato alle stampe nazionali: “Appuntamento il 23 di luglio per l’apertura dei ministeri a Monza”. Il popolo leghista prevedibilmente in delirio non si è formalizzato più di tanto sui dettagli.
I MINISTERI! – Ecco la cronaca della nuova calderoleide a Besozzo. 
Appuntamento «a Monza, vi aspettiamo tutti. Il 23 luglio, alle 11.30, aprono i tre ministeri al nord: il mio, quello di Tremonti e quello di Bossi, e non c’è Roma che tenga…». Certo l’applauso non è dei più infuocati ma Roberto Calderoli ieri sera da Besozzo, nel varesotto, intervenendo ad una festa del Carroccio in compagnia di Umberto Bossi, ha messo la data sul tavolo. Un rilancio che farà nuovamente discutere la maggioranza.
Applausi a scena aperta: “Bravo, bravo!”. Bravo e un po’ impreciso – ma, essendo persona avveduta, Calderoli sa di certo esattamente cosa ha detto e cosa non ha detto. Ebbene, diciamola così: non ci sarà nessun ministero che apra a Monza il 23 di luglio. Nessuno, proprio nessuno. E questo perché se pure l’intera struttura a disposizione di Bossi e di Calderoli si trasferisse in Brianza, non sarebbe comunque possibile parlare dell’apertura di un ministero. Infatti, entrambi gli esponenti leghisti (Ministro delle Riforme, ministro della Devoluzione) sono ministri senza portafoglio, ovvero, senza ministero, inteso come struttura reale, concreta oggettiva: il dicastero. Per cui che fanno, si trasferiscono loro di persona a Monza? Il ministero della Semplificazione normativa, inoltre, non è nemmeno un dipartimento della Presidenza, ma una “struttura di missione” appositamente creata per supportare il ministro nella sua attività.
MA NON E’ COSI’ Dunque, se per ministero si intende il luogo operativo in cui si esplica l’attività esecutiva, beh, non c’è niente di tutto questo che apra a Monza il 23 di luglio: come da compromesso raggiunto fra le varie anime della maggioranza che attualmente governa il paese, a Monza apriranno, forse, “uffici distaccati dei ministeri al nord: ben poco da rivendicare. Difficile che l’unico fra i ministeri-veramente-ministeri citati da Calderoli, ovvero quello “di Tremonti”, si trasferisca interamente da via 20 settembre a Monza in un batter d’occhio. 
Quindi, Calderoli dice cose non vere, probabilmente sapendo di dirle. 
Non solo, forse non ha fatto bene il punto della situazione con colui che più di ogni altro la Lega punta come alleato privilegiato in questa fase, il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano: che, quando si trattò di sbugiardare il ministro Aldo Brancher, che chiese il legittimo impedimento “perché aveva un ministero da organizzare”, fu piuttosto netto nel segnalargli il semaforo rosso “lessicale”, potremmo dire.
.” In rapporto a quanto si è letto su qualche quotidiano  a proposito del ricorso dell’on. Aldo Brancher alla facoltà prevista per i ministri dalla legge sul legittimo impedimento”, scrive infatti la Presidenza della Repubblica in un comunicato, “si rileva che non c’è nessun nuovo Ministero da organizzare in quanto l’on. Brancher è stato nominato semplicemente ministro senza portafoglio”.
E’ sicuro Calderoli di aver fatto i conti insieme all’oste, e di non essersi perso proprio niente per strada?


Cosche padane, metodo mafioso come in Calabria.




Lombardia provincia di ‘ndrangheta. 
Dove se non paghi ti sequestrano i figli.

La Lega, tanto romana, è completamente latitante e assente dal territorio.

Altro che trasferimento dei ministeri al Nord.
Solo chiaccere e cosche.


Decine di episodi di minacce mafiose passati sotto silenzio da chi li subisce. Vittime che davanti ai pm si rifiutano di firmare i verbali. E' la 'ndrangheta sotto al Duomo. Così come la racconta il pm Alessandra Dolci durante la sua requisitoria nel processo Infinito.

“Un ignoto estorsore mi ha chiesto il pizzo”. Parole registrate e messe a verbale dai magistrati dell’antimafia di Milano. Plastica dimostrazione di quanto l’assoggettamento mafioso possa storpiare addirittura la semantica. 

Capita in Lombardia. Non a Platì o a San Luca. Perché al di là del cosiddetto capitale sociale dei clan, declinato sul fronte politico o imprenditoriale, resta il metodo mafioso che controlla il territorio e mette in scacco la società civile. A Canzo, profonda Brianza, coma a Desio, a Bollate e ovunque la ‘ndrangheta padana abbia lanciato la sua opa criminale. Il controllo mafioso non è affatto una categoria astratta, ma il precipitato di decine di episodi che hanno coinvolto famiglie e imprenditori della ricca Lombardia. Una lunga e inquietante scia di fatti contenuti nella requisitoria del pm Alessandra Dolci che due giorni fa ha chiesto circa mille anni di condanne per 118 presunti affiliati alle cosche al nord.

Lo schema generale riassunto dal magistrato è tanto chiaro quanto allarmante. Vediamolo. 
A fronte di un episodio estorsivo viene sentita la vittima. L’interrogatorio è rubricato come s.i.t. (sommarie informazioni testimoniali). S’inizia il 14 luglio 2010, il giorno dopo il maxi-blitz che in poche ore si è messo in tasca 300 arresti tra la Calabria e la Lombardia. “Tizio – racconta la Dolci – viene sentito il 14 luglio e dice qualcosina. Riconvocato due giorni dopo, aggiunge qualche altro particolare. Terzo giorno, risentite le telefonate, dice: “Eh beh! Sì, è vero effettivamente pagavo gli interessi”. In altri casi, addirittura, la persona si rifiuta di firmare il verbale. Dopodiché tutti quelli sentiti hanno chiesto che a verbale fosse messo come loro non avessero “mai subito né minacce né intimidazioni”. Nella realtà, naturalmente, capita il contrario. A dimostrazione di come la presenza dei clan, anche fuori dalla regione d’origine, si modula secondo gli schemi classici della mafia criminale. Altro che colletti bianchi.

Pioltello, ad esempio, è un piccolo comune a nord di Milano. Qui il primo marzo 2008 è stato aperto un locale di ‘ndrangheta per volere dello stesso Carmelo Novella, il padrino che sognava l’autonomia dalla Calabria e nell’estate del 2008 finì ammazzato ai tavolini di un bar a San Vittore Olona. A Pioltello comandano Alessandro Manno e Cosimo Maiolo. Entrambi gestiscono gli affari della cosca. Business illeciti come la droga o apparentemente leciti, come, ad esempio, la gestione dei videopoker nei locali della zona. Uno di questi è la trattoria La Fontana gestita dalla signora C.D. La sua vicenda viene riassunta dal pm. “Ha ricevuto la visita di Cosimo Maiolo, il quale le ha detto che doveva mettere nel suo bar le loro macchinette videopoker“. La signora si rifiuta. Poche ore dopo si presenta il fratello di Maiolo e si mette a spaccare tutte le macchinette presenti nel locale. Quindi urla: “Qui comandiamo noi, io ti brucio il locale”. Naturalmente la signora non denuncia. E non lo fa nemmeno W. C., il quale, dopo una discussione in un bar di Pandino, viene picchiato da Cosimo Maiolo. Il boss ci va giù duro e utilizza una mazza da baseball. Dopo l’aggressione, W. va al pronto soccorso. “Aveva la testa spaccata – prosegue il pm nella sua requisitoria – . Ha avuto otto punti di sutura. Al pronto soccorso ha detto che era caduto dalla bicicletta e non ha nemmeno preso la malattia, ma le ferie per dodici giorni”.

Da Pioltello a Desio ci passano pochi chilometri. Qui la cosca di riferimento è quella dei Moscato originari di Melito Porto Salvo, nel reggino. Uno dei boss di questo locale di ‘ndrangheta è Pio Candeloro detto Tonino. Il padrino ha il ruolo di capo società. Sostanzialmente è un vicario del capo cosca. E come tale si occupa degli affari più rilevanti. Tra questi, naturalmente, c’è anche il pizzo. La vittima, in questo caso, è S. B. titolare di un bar trattoria della zona. Il sostituto procuratore durante la sua requisitoria cita il suo verbale. Ecco, allora, cosa racconta S.B: “Due soggetti si sono presentati nel mio bar. Hanno detto che mi dovevano parlare e che dovevo pagare il pizzo. Hanno insistito e mi hanno invitato a riflettere, dicendo che sarebbero tornati”. Passano pochi giorni e nel bar del signor S. si presenta Tonino Candeloro. “Mi chiese subito se avessi avuto problemi – prosegue – . Mi dice che lui avrebbe potuto risolverli. Perché a Desio e dintorni lui era uno che contava, facendomi capire chiaramente che era lui che comandava”. Il titolare allora racconta al boss l’accaduto. Di nuovo passa qualche giorno. Candeloro si ripresenta al bar e chiede a S. 5.000 euro in prestito. “A quel punto mi disse che potevo contare su di lui per qualsiasi cosa e io cominciai a nutrire il sospetto che quelle due persone erano state mandate proprio da lui”. Da quel momento in poi, il capo società della ‘ndrangheta inizierà a presentarsi al bar sempre più spesso, pretendendo di pagare meno dei normali avventori. 

Capita a Desio, paese affondato nella provincia di Monza, la più ricca d’Italia.

E che Pio, Tonino, Candeloro sia un mafioso di spessore, ma anche un poco codardo, lo dimostra l’episodio che vede protagonista il signor M., il quale vanta un credito dal boss. “Viene preso – racconta l’accusa – caricato in macchina, portato sul piazzale dell’abitazione di Candeloro, circondato da una decina di soggetti, preso a pugni e calci dallo stesso Tonino e mandato via tutto ricoperto di sangue. Denunce: zero”

Nella zona del varesotto tra Lonate Pozzolo e Legnano, invece, comanda la cosca di Vincenzo Rispoli. Uno dei suoi luogotenenti è Nicodemo Filippelli detto il cinese. Lui, con alcuni picciotti, è il protagonista di uno degli episodi più inquietanti. Riguarda l’imprenditore G. G. finito nella morsa dell’usura. Gli uomini della cosca così salgono sul treno dove si trovano i suoi figli. I ragazzi stanno andando a scuola. Gli uomini della ‘ndrangheta li obbligano a scendere. Dopodiché vanno da G. “La prossima volta – dicono – i tuoi figli non perdono solo la scuola”. Denunce: zero. 

Capita a Lonate Pozzolo in piena terra padana che ha dato i natali al ministro dell’Interno Bobo Maroni.


10 lug 2011

Napoli, militari americani in allarme: 
“Acqua, aria e suolo contaminati”.




I medici della Base della US Navy del capoluogo partenopeo hanno raccolto per quattro anni centinaia di campioni. 
I comuni più inquinati sono risultati Casoria, Villa Literno, Casal di Principe e Marcianise. 
Preoccupanti soprattutto i dati sull'acqua: sarebbe contaminata da batteri coliformi fecali a causa degli allacci abusivi.


La situazione a Napoli è molto più complicata di quanto i roghi della monnezza per le strade possano indicare. In tutta la città, nelle campagne intorno, nelle falde acquifere e nell’aria la situazione ormai sembra essere quasi del tutto compromessa. A dirlo però non sono dati di fonte italiana, che non ci sono, ma di fonte americana. I medici della Base della US Navy di Napoli sono andati in giro per quattro anni e hanno raccolto centinaia di campioni di acqua, suolo e aria, prelevandoli direttamente dall’interno delle abitazioni che gli stessi ufficiali e marinai della Sesta Flotta avrebbero poi affittato. Il risultato è stato sconcertante, al punto che gli stessi medici hanno chiesto esplicitamente al personale della base che vive in certe aree di Napoli di non lavarsi i denti con l’acqua del rubinetto e di farsi la doccia tenendo bocca e occhi chiusi. I medici americani hanno suddiviso la città in nove aree di studio.

Dai risultati delle analisi condotte su centinaia di campioni, i comuni più inquinati sono risultati Casoria, Villa Literno, Casal di Principe e Marcianise





Secondo gli americani le 4 aree sono talmente inquinate da mettere a rischio la salute di chi ci vive. A fare più paura è sicuramente l’acqua di casa. A differenza delle rilevazioni effettuate dalle autorità italiane, spiegano gli americani, sono stati raccolti campioni di acqua direttamente dai rubinetti della case. I risultati sono allarmanti: in alcune abitazioni sono stati riscontrati contaminazioni da batteri coliformi fecali e totali, da nitrati e tetracloroetene (Pce). Non solo. In alcune case sono state rilevate concentrazioni di piombo e in maniera più diffusa di arsenico.

Sotto accusa non sono gli acquedotti ma gli allacci abusivi che in alcuni comuni collegano la maggior parte delle abitazioni all’acqua. In alcune case, secondo lo studio americano, arriva acqua di acquedotto mescolata a quella inquinata usata per l’irrigazione. Gli americani dicono che l’acqua di Napoli è addirittura pericolosa anche quando evapora perché rilascia composti organici volatili pericolosi. Sono stati infatti rilevati tracce di Pce e cloroformio, le stesse sostanze che evaporano dal suolo e che poi vanno a finire nell’aria che respiriamo.

La Marina americana consiglia quindi ai suoi militari di usare l’acqua in bottiglia per bere, cucinare, fare il ghiaccio, lavarsi i denti e per abbeverare gli animali domestici. Neanche l’ebollizione riduce i rischi perché i nitrati presenti con il calore aumentano le loro concentrazioni. Per i più piccoli è consigliato evitare i bagnetti e optare per una pulizia con una spugna.

Anche il suolo napoletano è risultato inquinato in maniera preoccupante. Gli americani hanno rilevato la presenza di agenti chimici come idrocarburi aromatici, diossina, furani, Pce ed arsenico. Nella maggior parte delle aree in cui è avvenuto il campionamento, i livelli di questi inquinanti sono stati considerati ‘accettabili’, ma in alcune zone le concentrazioni d’arsenico hanno spinto gli americani a raccomandare ai loro militari, ma anche ai residenti, di limitare al minimo i contatti con il suolo e di lavarsi spesso le mani. Più allarmante invece è la presenza di gas che dal suolo possono entrare nelle case e mettere in pericolo la salute degli abitanti. Ecco perché l’esercito americano ha già predisposto il trasloco dei militari residenti nelle aree a rischio e raccomandato a quelli in attesa di cambiare casa, di evitare gli scantinati e di ventilare le case in maniera frequente.

Per quanto riguarda invece l’aria di Napoli, lo studio americano non ha trovato grosse variazioni tra l’inquinamento di Napoli e quello di altre metropoli americane, come Los Angeles o Washington. Sono stati invece rilevati preoccupanti livelli di aldeidi nei giorni in cui è stata bruciata la spazzatura. 

La figlia del condannato: “De Benedetti cannibale”.




Marina Berlusconi: “è solo invidioso di mio padre”.
Silvio Berlusconi: “vogliono farmi pagare la campagna elettorale del Pd”.


All’indomani della sentenza che assegna alla Cir un risarcimento di 560 milioni di euro, sulle pagine del Corriere della Sera Marina Berlusconi si lancia nuovamente all’attacco della sentenza contro Fininvest: “Siamo nel giusto, è indegno che per colpire mio padre vengano colpite le aziende”. La figlia del premier usa toni duri nei confronti dell’ingegnere: “La verità è che Carlo De Benedetti avrebbe sempre voluto essere come Silvio Berlusconi ma non c’è mai riuscito. Il suo è un capitalismo cannibale”.

“L’aggressione verso mio padre dura da 17 anni ed è evidente come dietro tutto questo ci sia una parte della magistratura e certa stampa, che ha nei giornali di De Benedetti la sua punta di diamante. E’ una vera e propria tenaglia, che con questa sentenza si è chiusa”. Così Marina Berlusconi, presidente di Fininvest, contrattacca dopo la sentenza della corte d’Appello di Milano. “In questa storia siamo totalmente nel giusto. Abbiamo sempre rispettato le regole e rispetteremo le sentenze, ma è nostro sacrosanto diritto denunciare un verdetto indegno per un paese civile”, afferma Berlusconi.

La primogenita di Berlusconi accusa l’ingegnere: “La verità è che Carlo De Benedetti avrebbe sempre voluto essere come Silvio Berlusconi, sia nelle imprese che in politica, ma non c’è mai riuscito”, sostiene. “Il suo è un capitalismo cannibale, che non costruisce ma distrugge. Penso alle tante rovine finanziarie e industriali che si è lasciato alle spalle come ad esempio la Olivetti. Penso alle rovine politiche, e non solo perché tutti i suoi candidati alla guida della sinistra hanno fatto la fine che hanno fatto”. Inoltre, aggiunge, “penso alla televisione, un sogno che ha sempre coltivato e che non è stato capace di realizzare. E ora, magari, a lui non dispiacerebbe comprarsi La7 con i nostri soldi”.

Nell’intervista Marina Berlusconi difende la norma “salva-Fininvest. “E’ inaccettabile che qualunque norma possa risultare utile a Silvio Berlusconi o alle sue aziende venga definita ad personam. Siamo al conflitto d’interessi all’incontrario”, dichiara. “Il principio è assolutamente giusto: evitare danni irreparabili alle aziende ancor prima di una sentenza definitiva. Ma ormai in questo paese il giudizio è stato sostituito dal pregiudizio”.

Per la presidente di Fininvest il premier non deve fare un passo indietro in politica. “Mio padre è stato legittimamente eletto dagli italiani per governare, e un suo arretramento rappresenterebbe la sconfitta della democrazia nel nostro Paese”, afferma. “Da figlia provo rabbia e dolore per lui, ma so che è sempre stato capace di trarre energia dagli attacchi a cui veniva sottoposto, e sarà così anche questa volta”.
Non c’è ancora una dichiarazione ufficiale da parte del premier, eppure sui giornali ci sono molte frasi riferite al premier sulla vicenda Mondadori.

Berlusconi si sarebbe sfogato coi suoi collaboratori definendo la sentenza come “una rapina a mano armata”. E riferendosi a De Benedetti, “quello che ha la tessera numero 1 del Pd”, avrebbe aggiunto: “Finirà che pagherò io la prossima campagna elettorale dell’opposizione”.

Ma Berlusconi non aveva sciuppato la Mondadori a De benedetti o no?

9 lug 2011

Il furbetto Berlusconi è stato condannato e pagherà a De Benedetti 540 milioni di euro + interessi e spese. Ora però non trascini con sé anche l’Italia.




  La sentenza Mondadori cambia la scena della politica.   
Quasi vent’anni dopo il Cavaliere scopre che nessuna legge ad personam lo ha tutelato da questo colpo di grazia.
Per il mondo della finanza è ben più che un’anatra zoppa.
E oggi non può più assediarsi nel fortino, sa che non può fidarsi dei suoi come un tempo.
Il Paese non ha uno scudo politico di fronte ai mercati. 
Ogni cura è fallita, il medico si faccia da parte, serve il chirurgo.


La notte del berlusconismo è sempre più cupa. La sentenza sul lodo Mondadori si abbatte sulla crisi italiana con la pesantezza del colpo finale, o quasi. Il premier che da anni teme l'escalation giudiziaria e che di questa si era fatto anche scudo per chiedere solidarietà alla sua gente, per la prima volta si trova di fronte a una sentenza che è un missile a più gittate.
In primo luogo lo colpisce nel patrimonio. Finivest è in grado di reggere l'urto economico del risarcimento ma non c'è dubbio che subisce un gravissimo danno economico che influenzerà la vita della holding. In secondo luogo il premier vede svanire d'un colpo tutte le manovre di questi anni, compreso l'ultima goffa e fuori tempo di qualche giorno fa, tese a chiamarsi fuori dall'ipoteca giudiziaria. Alla fine della fiera sta scoprendo che nessun legge ad personam lo ha tutelato da questo improvviso colpo di grazia.
Infine c'è la damnatio memoriae con il passato che torna a presentare i suoi conti con una decisione che riporta allo scontro delle origini con Carlo De Benedetti che ha attraversato tutti questi due decenni sancendo, infine, la vittoria dell'editore del gruppo “Repubblica - l'Espresso”. Quelli che hanno pensato che la discesa in campo del Cavaliere era stata immaginata a tutela della sua potenza economica scopriranno che alla fine della stagione è stato tutto inutile. Come nel gioco dell'oca si torna alla casella iniziale.
La sentenza sul Lodo Mondadori cambia la scena della politica. Berlusconi è a questo punto di fronte a uno di quei momenti topici della sua recente carriera. Il colpo alle sue aziende lo coglie nel momento della massima difficoltà elettorale, della crisi strutturale della sua area politica, nel pieno di una doppia tempesta, quella giudiziaria che riguarda a tappeto quasi tutti i suoi uomini, compreso l'inviso Tremonti, e soprattutto quella finanziaria che guarda ai conti dello Stato.
Per il mondo della finanza oggi Berlusconi è ben più che un'anatra zoppa. È un leader in evidente affanno, condannato con una sentenza di valore economico che ne deturpa l'immagine, privo di paracadute. Può asserragliarsi nel suo campo e chiamare alla riscossa ma il terreno che gli offre il Lodo Mondadori è il più ostico anche di fronte al suo mondo. Può accelerare il processo del ricambio al vertice cercando di chiamarsi fuori con maggiore velocità di quanto abbia previsto nel tentativo di metter in salvo patrimonio e rispettabilità tornando a fare l'imprenditore a tempo pieno. Può fare anche schiocchezze, come è già accaduto nel passato.
La sua psicologia gli suggerirà la reazione dell'assediato. Cioè fortificare le difese e tentare incursioni in campo aperto. Nel passato è riuscito in questa tattica perché aveva un blocco elettorale fedele, un partito disciplinato e alleati privi di prospettiva. Oggi ha un elettorato che si è messo alla ricerca di altre strade, un partito allo sfascio, la Lega, unico alleato, in grave crisi di identità. Vista dal lato del paese, la sentenza Mondadori accentua la sensazione che i tempi politici si vanno restringendo in modo vertiginoso. Era dai primi anni Novanta che non si aveva una sensazione così netta di caduta di leadership proprio nel momento in cui l'economia e il paese reale hanno bisogno di una guida sicura. Il problema non è se e come Berlusconi pagherà l'indennizzo a De Benedetti, ma se è ancora in grado di rappresentare il punto di riferimento principale della politica italiana nel suo punto apicale, la presidenza del Consiglio.
Finora siamo stati immersi in una specie di “caos calmo”, da queste ore in poi siamo invece nel centro di un terremoto politico che può avere sviluppi imprevedibili. In Occidente il premier condannato pagherebbe e annuncerebbe il ritiro. Non si può, ripeto, ignorare che il contenuto del responso sia enorme economicamente e imbarazzante nei suoi rivolti politico-morali. La crisi in cui è immersa l'immagine di Tremonti toglie di mezzo ogni soluzione transitoria che faccia perno su di lui. Il bivio è stretto e prevede che il premier resti al suo posto in un crescendo di manifestazioni di impotenza e di tentazioni di avventura oppure che lasci il campo a un governo che porti alle elezioni. L'Italia di oggi non ha più uno scudo politico di fronte ai mercati. È una situazione che non può durare a lungo. Ci sono momenti in cui il buon medico di famiglia medico rinuncia alle cure tradizionali, ignora i placebo e lascia il campo al chirurgo. 
Nel nostro caso il chirurgo è l'elettore. 

8 lug 2011

Le manovre del furbetto. Berlusconi lascia nel 2013. Letta Presidente della Repubblica.




Alle prossime elezioni non sarò io il candidato premier”. 


Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, intervistato da Repubblica, annuncia che nel 2013 il centrodestra candiderà Angelino Alfano a Palazzo Chigi e sosterrà Gianni Letta al Quirinale, definisce “solidissima” l’alleanza con la Lega, rimprovera a Tremonti di essere “l’unico a non fare gioco di squadra”, attribuisce la paternità della norma ‘salva-Fininvest’ al ministro dell’Economia e al Guardasigilli, esclude l’ipotesi di un governo tecnico, attacca “il partito dei giudici che si sta preparando all’appuntamento elettorale del 2013″ e si dice convinto che le inchieste che lo riguardano “finiranno nel nulla”.


PALAZZO CHIGI E QUIRINALE. Alle prossime politiche, dichiara Berlusconi, “il candidato premier del centrodestra sarà Alfano. Io, se potessi, lascerei già ora. Non mi dimetto – sottolinea – però verrebbe voglia”. “Credo che siano tutti d’accordo. Io farò la campagna elettorale e aiuterò Angelino. Farò il ‘padre nobile’. Cercherò di costruire il Ppe in Italia, ma a 77 anni non posso più fare il presidente del consiglio”. Il Colle, prosegue il Cavaliere, “non è per me. Al Quirinale ci andrà Gianni Letta. E’ la persona più adatta e ha ottimi rapporti anche con il centrosinistra. Avrebbe anche i loro voti”.

LEGA NORD. “L’intesa con Bossi è solidissima, e ho un buon rapporto anche con Maroni e Calderoli”, assicura Berlusconi. I movimenti all’interno del Carroccio dipendono dalle “nuove generazioni”. “E’ giusto. Capiscono che io e Umberto prima o poi dobbiamo essere sostituiti. E si preparano”, afferma il premier. “Con una piccola differenza rispetto al Pdl: ci sono tanti giovani di valore come Reguzzoni o Cota, ma non hanno ancora trovato il successore di Bossi”.

ESECUTIVO TECNICO ED EX ALLEATI. Per Berlusconi “non c’é alcuna possibilità che nasca un esecutivo tecnico”. “Anche i leghisti, dove vuole che vadano? Tutti quelli che si staccano – sottolinea – fanno una brutta fine. Pensate a Fini e Casini. Quelli del Fli ormai sono inesistenti. Il loro progetto politico, una volta fallito l’assalto del 14 dicembre, è il nulla”. Quanto al leader dell’Udc, “ha due possibilità: o va da solo come Terzo polo o, come penso, farà un patto di apparentamento con noi quando saprà che il candidato premier non sono io”, afferma. “A sinistra non può andare perché altrimenti perde i due terzi dei suoi elettori. E la legge elettorale resta questa. Non se ne esce”

TREMONTI. Poco lusinghiere le parole di Berlusconi sul ministro dell’Economia. “Lui pensa di essere un genio e crede che tutti gli altri siano dei cretini. Lo sopporto perché lo conosco da tempo e va accettato così, ma è l’unico che non fa gioco di squadra”, dichiara. “Alla fine non può fare niente. Anche lui: dove va? Anche nella Lega hanno un po’ preso le distanze”. Sul termine con cui Tremonti ha apostrofato il ministro per la Pubblica amministrazione, “quel ‘cretino’ è emblematico: Brunetta, giustamente, parlava ai nostri elettori, lui invece parla solo ai mercati”.

LA NORMA ‘SALVA-FININVEST’. Berlusconi attribuisce la paternità della norma al ministro dell’Economia e al Guardasigilli. “Hanno fatto tutto Tremonti e Alfano. Io nemmeno la volevo – afferma – ma resto dell’idea che sia un provvedimento sacrosanto”. Per questo “la riproporremo in Parlamento”. Il Cavaliere smentisce che la norma sia stata fatta per la Fininvest, “anche perché, ne sono sicuro, i cinque magistrati della Cassazione ribalteranno il verdetto”.

LE INCHIESTE. Sulle inchieste che lo riguardano e che vedono coinvolti esponenti del suo governo, per Berlusconi “la verità é che il partito dei giudici si sta preparando alle prossime elezioni. Tutti cercano dei meriti per farsi candidare. La loro é semplice invidia sociale”. L’inchiesta sulla P4 “é solo fango e finirà nel nulla. Io poi in quell’inchiesta non sono proprio entrato. Quel Bisignani non l’ho mai conosciuto”, e “sul dottor Letta posso mettere la mano sul fuoco”. Quanto all’ipotetica struttura Delta, “se fosse vero, sarebbe una struttura di coglioni”, dice il premier. “Non hanno condizionato un bel nulla, la Rai ci è sempre stata contro. Le sembra che siamo mai riusciti a farci fare un favore dalla Rai? Nel Cda poi… meglio che non parlo”.


(ANSA)

Manovra, Regioni in rivolta
 "È conflitto istituzionale".




La rabbia degli Enti locali: 

"A rischio i servizi di base,
 ora intervenga Berlusconi".


È stata un’occasione mancata la Conferenza Unificata di oggi al Ministero per i Rapporti con le Regioni che ha messo intorno a un tavolo il governo e i protagonisti di Regioni, Comuni e Province. Nelle intenzioni degli organismi territoriali avrebbe infatti potuto essere un’occasione utile per poter squadernare tutti i dubbi sulla Manovra, soprattutto per quanto riguarda i capitoli spinosi di servizi, investimenti e tagli.

 Invece no. A detta di gran parte della folta rappresentanza di Regioni e Enti Locali la riunione è andata avanti, anche con toni aspri, sancendo nei fatti una rottura istituzionale già annunciata unilateralmente ieri dall’Associazione dei Comuni. Ma un merito almeno l’Unificata di oggi - che ha visto per l’esecutivo la presenza dei ministri Fitto, Sacconi e Calderoli - se l’è guadagnato: a breve, Regioni, Comuni e Province potrebbero incontrare il premier Silvio Berlusconi e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti per dire la parola fine all’empasse. O almeno questo è l’accordo sancito. Duro in ogni caso il giudizio del presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani: «la Manovra è stata fatta senza rispettare il federalismo, tant’è che pesa sulle Regioni per il 49% del totale. E non si può dimenticare che quella del 2010 aveva insistito su Regioni e Enti locali per l’80%». 



Al momento, ha spiegato a un ampio stuolo di giornalisti e telecamere al Ministero delle Regioni, «non c’è possibilità per gestire i servizi fondamentali, sancendo così la fine del ciclo storico del governo del territorio e del progetto del federalismo fiscale, che non esiste più». Le Regioni, ha proseguito, «vogliono collaborare ma non possono farlo passivamente». Al Governo «abbiamo posto 7 domande sulle conseguenze della Manovra per riuscire a dare risposte utili ai cittadini su assistenza, imprese, sanità, piani di rientro e quant’altro. Ora l’esecutivo dia risposte vere, anche su trasporto pubblico locale e assistenza, ma senza slogan». 



Più fiducioso il presidente facente funzione dell’Anci Osvaldo Napoli, a detta del quale l’incontro con il Premier «risolverà la grave frattura tra Governo, Regioni e Enti Locali». La mancanza di concertazione, ha denunciato il leader dei comuni, «ha provocato un grave danno per la possibilità, ora, di porre rimedio al decreto». In ogni caso, ha aggiunto, «siamo ottimisti perchè sono sicuro che spiegando la situazione non si possa non far comprendere bene le nostre ragioni».

Pollice verso anche delle Province: «il nostro giudizio sulla manovra rimane negativo soprattutto perchè è mancata un’opportuna concertazione», ha detto il presidente dell’Upi Giuseppe Castiglione. «Oggi il decreto è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale e questo rappresenta la fine del federalismo». 



Al termine dell’Unificata Fitto ha spiegato che ora serve «senso di responsabilità. E in ogni caso - ha auspicato - spero che le opportune modifiche al testo possano essere fatte nel corso dell’iter parlamentare per l’approvazione del decreto». Aggiungendo che in ogni caso «il governo ha già operato alcuni cambiamenti su punti di rilievo come ad esempio il Trasporto pubblico locale».

Possibilista anche il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli, che ha giudicato “ragionevoli” le critiche degli enti locali. Non senza osservare che «i tagli nessuno avrebbe voluto farli, ma sfortunatamente ci troviamo a vivere un momento eccezionale e per la prima volta ci viene chiesto di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2014». 

La giostra della politica.



L’Italia come centro d’intrattenimento non delude mai.


Ecco la rassegna di alcuni degli spettacolari eventi più recenti:

1.  Matrimonio del ministro per le Pari Opportunitá Mara Carfagna con il ricco immobiliarista romano Marco Mezzaroma. Si é detto e letto di tutto, sempre con un tono sfottente, tanti riferimenti sessuali e molto imbarazzanti per la politica e per il Governo. Il ministro, come al solito, si é difesa assumendo il ruolo della discriminata in quanto donna, ma é stato anche fatto notare che, un uomo con pari esperienza e qualifiche politiche non sarebbe mai arrivato ad essere ministro. Secondo alcune intercettazioni pubblicate dai giornali, la Carfagna mirava a farsi sposare dal premier Silvio Berlusconi che, come noto, l’ha voluta come ministro. Al pari della Carfagna sono viste anche i ministri Mariastella Gelmini e Michela Brambilla, tutte molto vicine a Berlusconi.

2.   Manovra finanziaria. Nulla di nuovo. Come al solito, si é tanto parlato degli sprechi e costo della politica, poi il tutto si é ridotto ai tradizionali tagli ed aumento delle tasse. Le auto blu restano, i multipli stipendi dei parlamentari restano, i viaggi gratis per politici restano, il rimborso ai partiti restano, le province restano. Berlusconi ritira il decreto salva Fininvest.

3.  La stazione Centrale di Milano ha compiuto 80 anni. Inaugurata  il primo luglio 1931, fu resa famosa per le deportazioni naziste e per gli italiani che emigravano in Europa. Ecco com’é ora ricordata: ore 10:15 alla biglietteria c’é una fila che si estende al di fuori della grande sala, totali sportelli aperti: 3. Le biglietterie automatiche sistemate nella grande sala non assegnano posti per prenotazioni sui treni nazionali e non permettono l’acquisto di biglietti per Lugano (Svizzera). I viaggiatori italiani e stranieri sono alla mercé di intraprendenti “esperti” dell’uso delle biglietterie automatiche. Il servizio informazioni e reclami é inesistente. Il condizionamento d’aria della biglietteria é affidato alla brezza che circola nei corridoi.

4. Camorra. Le indagini sul capo della Mobile di Napoli, Vittorio Pisani — famoso per aver arrestato il latitante boss dei Casalesi, Antonio Iovine — dimostra che nella battaglia alle mafie, solo i dispensabli vengono consegnati alla giustizia. Le mafie si disfanno dei personaggi compromessi, ma tutto alla fine funziona meglio di prima. Da segnalare che fu Pisani a consegnare alla Procura di Napoli un’informativa con la quale si accusava il tenente colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, anch’egli protagonista di innumerevoli catture eccellenti, di avere agevolato il clan degli Scissionisti.

5.  Rifiuti a Napoli. Si sono sentite tante proteste ed avvertenze, ma nulla sul perché i rifiuti non vengono portati via o perché gli inceneritori non funzionano.

6.  Angelino Alfano a capo del Pdl. In pratica é come quando Vladimir Putin incoronó Dimitrij  Medvedev presidente della Russia. L’incoronazione di Alfano ha molto divertito la stampa, specialmente quando disse che vuole “un partito degli onesti”. I giornali hanno scherzato sulla frase affermando che era solo una battuta (altrimenti decine di membri avrebbe dovuto lasciare il partito).

7.  Michele Santoro. Con il nuovo direttore generale della Rai, rete pubblica e Berlusconi si sono finalmente liberati del giornalista-presentatore Santoro. Forse no. Santono era in procinto di andare a La7 (di Telecom Italia) quando, secondo “il Fatto Quotidiano”, il Governo Berlusconi ha minacciato Telecom di rappresaglie (inserite nella manovra finanziaria) costringendola a rifiutarlo. Alcuni osservatori hanno fatto notare che in Rai Santoro farebbe solo danni a livello politico, mentre su La7 a questi si aggiungerebbero quelli finanziari per le reti Mediaset di Berlusconi. Da tener presente che se a La7, ora con Enrico Mentana, Lilli Gruber, Gad Lerner e possibilmente Fabio Fazio con “Vieni via con me”, si fosse aggiunto Santoro, la rete (che ha giá aumentato di tanto gli ascolti) avrebbe fatto una concorrenza troppo forte per Mediaset.