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ieri, oggi e domani

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29 set 2011

A Radio Padania: «Ma non ti fanno schifo neanche un po'?».



Più che tutta in dissenso con i vertici sulla decisione di «salvare» di alleati considerati discutibili, la base leghista appare quantomeno «in confusione». 
Lo dimostrano le voci in diretta degli stessi leghisti a Radio Padania.
Lo conferma, lontano dai microfoni, chi ha accesso alle stanze di alcuni dei big del partito.
Prima e dopo il voto che ha bocciato la sfiducia per il ministro dell'Agricoltura Francesco Saverio Romano, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, a «Che aria tira», il filo diretto con gli ascoltatori di Radio Padania condotto da Roberto Ortelli, c'è chi chiama per dire al conduttore radiofonico di Radio Padania «Ma non ti fanno schifo neanche un po'?», esprimendo dissenso sulla decisione leghista di votare contro la sfiducia.
Ma, tra una lamentela per l'immondizia di Napoli e uno slogan «secessione subito», c'è anche chi rimprovera i «leghisti stupidi, i delusi della Lega» esortandoli a «lasciar perdere i puntini e le virgole» come il caso Romano. E chi invece, sullo stesso tema, bacchetta i vertici: «Non mi piace che salvano uno che deve entrare in carcere. Sono deluso abbastanza. La Lega deve fare la sua politica, non salvare i ministri di Berlusconi».
«Mafioso sì o no, non mi interessa - è forse la telefonata che sintetizza meglio il clima in casa leghista - però voglio portare a casa qualcosa. Quello lì non lo sopporto più, però stringo i denti per il federalismo».


28 set 2011

La Lega per la Dipendenza della Padania



Ma perché i leghisti parlano di “secessione”? La risposta sembra scontata: ne parlano perché intuiscono che l'esperienza di governo è ormai finita, come nel 1994: e oggi come allora un bel battesimo nell'acqua del Padre Po può lavare via la puzza di compromessi e fallimenti romani che ha impregnato il partito negli ultimi anni. Il secessionismo può riportare molti delusi alle urne, rinsaldando lo zoccolo duro che nel 1996 regalò ai leghisti il risultato nazionale migliore di sempre: quel 10% che determinò la sconfitta di Berlusconi e l'arrivo di Romano Prodi a Palazzo Chigi. Può anche darsi che stavolta la base leghista non ci caschi: d'altro canto Bossi e compagni non hanno molte alternative. Probabilmente il secessionismo per ora è un'opzione, un piano B, in attesa che a qualcuno venga in mente un piano A per il dopo-Berlusconi. Nel frattempo gridare la parola ai comizi fa notizia e non impegna.

Ma perché la parola è proprio “secessione”? Perché non il più nobile “indipendenza”? In fondo “secessione” è una parola che contiene già in sé una segreta consapevolezza della sconfitta. Un lapsus pesante, perché parlare di “secessione” significa ammettere che una nazione da cui secedere, l'Italia, esiste. Di solito, quando i secessionisti vincono, ottengono il diritto di scrivere la Storia, e nei libri si fanno chiamare indipendentisti. Se invece perdono, chi li ha sconfitti continuerà a chiamarli secessionisti: un nome che quasi sottointende il fallimento. Tanto più che nell'inconscio collettivo della generazione di Bossi e Maroni la parola “secessione” è indissolubilmente legata ai film western con le battaglie tra casacche grigie e blu (e i grigi le prendono quasi sempre). Non è l'unico caso in cui l'immaginario leghista si lega, consapevolmente o meno, a un precedente storico 'perdente': un altro esempio, anche questo derivato dai western, è quel famoso manifesto che istituiva un parallelo tra leghisti e pellerossa americani, condannati a vivere nelle riserve per non aver varato anche loro una legge Bossi-Fini. Questa predilezione per i perdenti può sembrare curiosa, specie se confrontata con l'immaginario berlusconiano, ossessionato da modelli di successo e autorealizzazione. In realtà, oltre a essere in un qualche modo complementare al berlusconesimo, il culto leghista per la sconfitta nobile ha precedenti illustri in altri movimenti nazionalisti: si pensi all'importanza che riveste per i serbi la battaglia – persa – di Kosovo Polje. La sindrome dell'accerchiamento, la percezione della sconfitta inevitabile che genera l'impulso al revanscismo, sono elementi costitutivi dei piccoli nazionalismi europei: quello che il leghismo è stato per una breve stagione (1996-2000) e che potrebbe ridiventare in tempi brevi. Ma funzionerà?

Potrebbe anche funzionare. Abbiamo un bel da ripetere che la Padania non esiste: certamente fino al 1996 non esisteva il concetto di nazione padana. Ma non è necessario guardare al passato, alla ricerca di chissà quale sostrato celtico, per vedere qualche crepa nell'unità nazionale. Concentriamoci sul futuro prossimo: le tensioni a cui la crisi economica sottoporrà l'Italia nei prossimi mesi e anni accentueranno ancora di più il dislivello già grave tra Nord e Sud. Se la situazione dovesse degenerare (default, uscita dall'Euro, eccetera), molti abitanti del nord potrebbero essere tentati da un partito indipendentista o secessionista che dir si voglia. Così, dopo aver perso vent'anni a dividerci tra filo e antiberlusconiani, potremmo buttarne altri venti dividendoci tra secessionisti e unionisti. 



Insomma, nella situazione difficile che abbiamo davanti, lo spazio per un partito indipendentista della Val Padana c'è. Il problema (per i secessionisti autentici) è che questo spazio è occupato dalla Lega. E la Lega non è nata indipendentista, ma autonomista; ha scoperto l'indipendentismo abbastanza tardi, al termine di una prima burrascosa esperienza di governo. Persino negli anni ruggenti dell'invenzione della Padania, quando le camicie verdi si davano aria di milizia popolare e marciavano sul Po, mentre a Mantova apriva una specie di parlamento e il leader lanciava accorati inviti a uno sciopero fiscale che molti elettori leghisti praticavano già nel segreto dei loro reparti commerciali...  anche allora tutte queste iniziative somigliavano più a una messa in scena per spaventare Roma che ai prodromi di una vera lotta di liberazione. 

Tutto questo non poteva che deludere gli indipendentisti veri, che in effetti nei loro manifesti e blog parlano sempre piuttosto male della Lega. Ma in breve tempo il secessionismo di Bossi deluse anche il grosso degli elettori, che alle europee del 1999 – appena tre anni dopo il successo del '96 – punirono il partito con uno dei risultati peggiori, un misero 4,5 per cento che mise temporaneamente fine alla parabola secessionista. Bossi tornò nella tana del “mafioso massone” Berlusconi (parole sue), ottenendo un'alleanza che forse gli permise anche di risistemare le casse del partito. Da allora gli esponenti della Lega sembrarono dimenticarsi che il partito si chiamava, e si chiama ancora “Lega Nord per l'indipendenza della Padania” (un nome approvato da Luciano Violante, allora presidente della Camera, che lo trovava più costituzionale di Padania Indipendente). Ma domani?

Domani è un altro giorno. Ribadisco: un po' di spazio per un movimento indipendentista c'è. La teoria è che non ci sarà mai un indipendentismo vero, qui, finché quello spazio sarà occupato da un partito come la Lega, e da leader come Bossi e Maroni, che all'indipendenza e alla Padania non hanno probabilmente mai realmente creduto, nemmeno per un istante. E questa forse è una buona notizia.

Confartigianato Vicenza sostiene che il Sistri deve essere abrogato. Un pasticcio il sistema Sistri che doveva controllare il traffico di rifiuti.



Più delle battute di Brunetta, delle orge di Berlusconi o le sceneggiate di Bossi c’è un’immagine che rende l’idea dello stato del paese: una piccola scatola nera e una pennetta usb. Parliamo del Sistri, il sistema elettronico di tracciabilità dei rifiuti annunciato 18 mesi orsono e che - dopo una serie interminabile di errori, contraddizioni e figuracce - dovrebbe entrare in vigore il 9 febbraio prossimo.

La materia è seria: nel 2006, l’ultimo anno in cui sono stati contabilizzati, sono sparite 31 milioni di tonnellate di rifiuti speciali. Qui nel Veneto in particolare «i controlli sono difficili perché il sistema produttivo è polverizzato e c'è un utilizzo massiccio della procedura semplificata nella smaltimento e trattamento dei rifiuti» sottolinea Michele Bertucco di Legambiente.
Ad oggi i controlli si basano sulla documentazione cartacea, il ministro dell'ambiente Stefania Prestigiacomo nel dicembre del 2010, al Corriere della Sera dichiarò: «la documentazione è tutta cartacea, ed è facile falsificarla. Il controllo deve diventare telematico, con i dati su una chiavetta, una scatola nera sui camion e la sorveglianza affidata ai carabinieri. Una rivoluzione. Confindustria ci appoggia. Purtroppo molte aziende preferiscono il vecchio sistema. E dietro i rifiuti ci sono lobby potentissime».

Bene. Il Sistri promette una tracciabilità in tempo reale e attraverso il sistema Gps e le scatole nere installate sui camion sarà sempre possibile controllare il percorso effettuato e verificare se si è andati effettivamente presso la discarica autorizzata e controllata.
Al decreto ministeriale del 17 dicembre 2009 che formalizzò il lancio del nuovo sistema sono seguiti diversi slittamenti a causa di ritardi nello sviluppo dell’infrastruttura. L’entrata in vigore definitiva del Sistri è fissata per il primo giugno.

Dal 17 all’11 maggio si svolge il test generale con 300mila imprese che si sarebbero dovute collegare insieme per verificare la capacità del sistema di elaborare un alto numero di accessi contemporanei. Il 30 per cento del totale degli accessi non sono riusciti cioè 37 mila persone hanno tentato di registrarsi al sistema senza successo.
Difetti nell'hardware e nel software di gestione, chiavette Usbn non ancora arrivate mentre le black box da installare sui mezzi di trasporto dei rifiuti non sempre funzionerebbero alla perfezione: queste le pecche del sistema lamentati dagli artigiani.

E i costi: tra iscrizione al registro, adeguamento dei software, satellitare, corsi di formazione il tutto potrebbe essere costato più di 10mila euro a testa. Di fronte ai mugugni e alle proteste, e approfittando della manovra straordinaria di Ferragosto, il governo cancella tutto.

Il 13 agosto Calderoli dichiara: «L’abolizione del Sistri rappresenterà una forte semplificazione della vita dell’impresa. Era stato, in maniera un po’ eccessiva, esteso ad una serie di soggetti, tipo gli artigiani, che avrebbero dovuto avere degli oneri e delle complicazioni». «La cancellazione del sistema di informatizzazione dell'intera filiera dei rifiuti introdotto nel 2009 ma mai entrato in vigore, è un innegabile regalo alle ecomafie - sottolinea a tambur battente il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso - si trattava di un mezzo utile per registrare i movimenti dei rifiuti, peraltro previsto dalla legislazione comunitaria, che poteva evitare gli abusi del sistema cartaceo. Se si considera che Legambiente ha più volte denunciato che l'80 per cento dei rifiuti speciali sparisce nel nulla, si può comprendere facilmente come la cancellazione di un simile sistema di controllo è un regalo alle ecomafie».
Il 15 settembre è convertito in legge il decreto legislativo 138/2011: il Sistri partirà il 9 febbraio 2010. L’ennesimo rinvio.
Nel frattempo altri guai: i magistrati di Napoli hanno avviato un’inchiesta per capire il motivo per cui l’appalto del sistema sia stato affidato direttamente al gruppo Finmeccanica senza una normale procedura di appalto, mentre la Commissione Ecomafie ha invece intenzione di chiarire non solo il motivo per cui il Sistri sia entrato e uscito più volte nelle varie versioni della Manovra ma, soprattutto, perché sia stato apposto il segreto di Stato sull’affidamento dell’appalto.
La ri-partenza del Sistri comprende qualche modifica: per i produttori di rifiuti pericolosi fino a 10 dipendenti il sistema entrerà a regime non prima del giugno 2012 e verranno stabiliti – con decreto ad hoc - quali i rifiuti non critici per l'ambiente che seguiranno la procedura attuale [registri cartacei]. Il presidente nazionale di Fai Conftrasporto, Paolo Uggè, ha puntato il dito contro « la “clemenza” per le aziende di trasporto straniere, col rischio che proprio i vettori stranieri diventino i preferiti dalla malalvita: le ecomafie baseranno il proprio business propio là dove i controlli sono minori».
«Confartigianato Vicenza sostiene che il Sistri deve essere abrogato, anche per la credibilità che questo sistema non ha saputo guadagnarsi nel corso di due anni- ha dichiarato Agostino Bonomo, presidente di Confartigianato Vicenza - la complessità e l’inefficienza del sistema, unita ai continui problemi che le aziende hanno riscontrato, induce ad affermare che è meglio cessare questa esperienza negativa». Bonomo ha colto il punto parlando di credibilità, ma ho dimostrato poco senso di responsabilità chiedendo semplicemente l’abrogazione dei Sistri. Cosa facciamo di fronte ad un traffico che si è dimostrato incontrollabile [e pericoloso]?
Un pasticcio che porta con sé un danno difficilmente riparabile: una perdita secca di autorevolezza delle istituzioni e la sensazione amara che regolare il settore non sia possibile.
Fare i furbi conviene, sottoporsi alle regole d’incapaci regolatori è poco gradevole per chiunque e sempre meno saranno le persone disponibili a farlo [e già in Italia è merce rara].
Il «colossale fallimento» [dichiarazione di Paolo Uggè] non è solo della Prestigiacomo o di quella corte dei miracoli che è il governo Berlusconi: si tratta di un fallimento duraturo della capacità della società italiana di essere fornita dell’adeguata dose di fiducia. Altrimenti si va avanti solo con la paura [per altro poca] dei meccanismi di «comando e controllo», meccanismi necessari ma non sufficienti in assenza di una mutua sicurezza del buon funzionamento generale della società.
Rimane il problema di quelle 30 e più tonnellate di rifiuti speciali che ogni anno, finiscono chissà dove.

Di Pietro: «L'oscuramento della rete è una misura fascista».



Il leader dell'IDV: «Ci batteremo ovunque, il Premier non può controllare il web». 

«Come se non bastasse l'idea di un nuovo disegno di legge per vietare le intercettazioni e garantire così ai delinquenti l'impunità, pur di salvare il presidente del Consiglio, il governo ci ha infilato dentro anche una norma per ammazzare la Rete che grida vendetta in tutto il mondo. Una volta approvata la legge bavaglio, infatti, i gestori dei siti e dei blog saranno obbligati a rettificare qualsiasi dichiarazione, qualsiasi commento, qualsiasi affermazione se qualunque soggetto che si ritiene leso lo chieda». E' quanto scrive sul suo blog il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro.
«Le verità che Berlusconi vorrebbe nascondere saltano fuori lo stesso - sostiene l'ex magistrato - le notizie che vorrebbe far passare sotto silenzio arrivano ovunque e, se riesce a chiudere una trasmissione, quella viene trasmessa sul web e raduna ancora più telespettatori che in tv. 
Grazie al web ha perso tre referendum che aveva cercato di oscurare in tutti i modi. Inoltre grazie ad internet sono state raccolte, in un mese, oltre 500 mila firme per eliminare il porcellum, nonostante il silenzio delle tv. Berlusconi ha deciso di vendicarsi della Rete. Non potendola controllare, cerca di spengerla. La legge preparata dal suo governo di zelanti servitori non ha uguali nel mondo. E' un insulto alla libertà e alla democrazia, è una misura fascista».
«La Rete si mobiliterà per impedire il suo oscuramento. Si mobiliterà ovunque anche l'Italia dei Valori e io spero che lo facciano tutte le forze democratiche di questo Paese. Bisogna che tutti stiano in guardia. Berlusconi è arrivato al capolinea, ma i suoi ultimi mesi saranno i peggiori e i più pericolosi. E' già successo una volta, nel 1944-45», conclude Di Pietro.

Maroni ci perde
la faccia





Inutile cercare sulla Padania una sola riga sul voto di oggi alla Camera sulla mozione di sfiducia per il ministro delle politiche agricole Saverio Romano, sospettato di collusione con ambienti mafiosi. E si capisce bene perché. 
L’imbarazzo in casa Lega è alle stelle: avendo già proclamato Bossi che i lumbard salveranno il ministro risulta lampante che, pur di coprire Berlusconi, la Lega è pronta ad ingoiare un rospo gigantesco e a sottoporsi al più classico dei voti di scambio.
Con tanti saluti agli umori della base, alle solenni promesse di fare “piazza pulita” dei trafficoni, e agli ardori di innovativa trasparenza dei cosiddetti maroniani, categoria che più che allo spirito sembra aspirare al materiale.

E certo per il ministro dell’Interno si prospetta una giornataccia. Non si tratta di votare sull’arresto di un parlamentare (e quindi rifugiarsi nella propria coscienza) bensì di esprimersi sulla opportunità politica che resti al posto dove è stato innalzato dal premier in cambio dei voti scilipotiani un ministro per cui il Gip ha sostanzialmente chiesto il rinvio a giudizio, su cui addensano fosche nubi (ultima, l’ammissione del braccio destro di Ciancimino di aver elargito 50 mila euro a Romano) e sulla cui nomina il capo dello Stato aveva espresso inequivocabili riserve.
E meno male che Maroni ci ha fatto sapere che l’FBI copia i nostri metodi antimafia…
Con quali argomenti Bossi motiverà il voto della Lega dinanzi ai propri elettori non è dato sapere. Le corna, il dito medio, il gesto dell’ombrello o le pernacchie? Ma alle capriole del senatur ormai non bada nessuno.
Più difficile per Maroni salvare la faccia ed evitare che il popolo padano adotti un altro motto romano. Quello che recita: “il più pulito ha la rogna…”.

27 set 2011

Il crocifisso di suor Minetti fece traboccare il cardinale ma la Lega, che qualche anno fa difendeva il crocifisso, ora non ci sta.



E il crocifisso fece traboccare… il cardinale. Si potrebbe riassumere così la posizione della Chiesa espressa attraverso le parole del cardinale Bagnasco che si è spinto a chiedere, nemmeno troppo velatamente, un passo indietro a Silvio Berlusconi: “il gesto nobile di cui la storia gli sarà grata”. 

Va bene tutto, passino i due divorzi, passino i facili costumi, passi la vita privata e modellata non esattamente sulla morale cristiana, ma a tutto c’è un limite,e il crocifisso tra le tette della Minetti no, proprio no. Quando hanno letto di quel crocefisso che lì pendeva e “ornava”, quando hanno letto che il premier non smentiva indignato ma rivendicava: “Non ho fatto nulla di cui vergognarmi”, allora per la Chiesa italiana il crocefisso è stata la goccia, la goccia di troppo.

La Chiesa si sa, non è mai andata storicamente troppo per il sottile, ha appoggiato tiranni ed stata guidata da pontefici non proprio integerrimi. In duemila anni di storia ne ha viste di tutti i colori ed è stata sovente in errore come la Lega si è premurata di ricordare. “E’ un messaggio rivolto a tutti, che potrebbe valere anche per la chiesa per quando riguarda la pedofilia” ha detto Carolina Lussana, vicepresidente dei deputati della Lega Nord. Di “pelo sullo stomaco” la chiesa nei secoli ne ha avuto da vendere. E sa benissimo, la Chiesa, che con la politica ci si possono sporcare le mani. E per questo ha a lungo tollerato se non avallato comportamenti discutibili da un punto di vista cristiano. Per questo non ha avuto problemi per lungo tempo ad appoggiare Silvio Berlusconi. Quando al premier sfuggì una barzelletta al sapore se non di bestemmia di certo che violava il “non nominare il nome do dio invano”, allora un monsignore, monsignor Fisichella, invocò il “contesto” come salvacondotto e assoluzione.

Ultimamente però il rapporto tra i chiesa italiana e Berlusconi si è andato incrinando. Troppi scandali con protagonista il presidente del consiglio. E la goccia che ha fatto traboccare il vaso potrebbe essere l’episodio riportato da Il Fatto Quotidiano a metà settembre: “a fine spettacolo (Berlusconi ndr) si è avvicinato a Nicole e con il crocifisso in mano le ha detto: ‘Dio santo ti benedica’. Poi ha fatto il segno della croce sul corpo di Nicole. Lo faceva sempre, era la specialità del presidente: benediceva e toccava”. Scriveva il quotidiano: Silvio Berlusconi era solito chiudere così gli spettacoli nella sala del bunga bunga. “Accadeva una volta al mese”, quando venivano “organizzate serate speciali dedicate a un film”. E nel febbraio 2010 toccò a Nicole Minetti scegliere la pellicola. “Voleva Sister Act e Nicole era bellissima vestita da suora. Salì sul palco, quello ormai famoso con il palo da lap dance. Fece un balletto e lo spogliarello. Un bellissimo spettacolo, davvero. Rimasta nuda il presidente le si è avvicinato, ha preso la croce di legno che tiene al collo e ha detto ‘Dio santo ti benedica’; poi le ha appoggiato il crocifisso sulla testa, tra le gambe e sui seni”. Vera o falsa che sia la ricostruzione de Il Fatto, i vescovi italiani l’hanno ritenuta plausibile, credibile. Comunque probabile nel “contesto” che emerge dalle intercettazioni e dalla vita privata del premier.

A raccontare nuovi particolari sulle “serate di relax” del presidente del Consiglio è una delle testimoni chiave di tutta la vicenda Ruby. Amica della marocchina, di Nicole Minetti, di Silvio Berlusconi (a cui telefonava liberamente sul cellulare privato) e di tutte le Olgettine. Evidentemente troppo.

Così il cardinal Bagnasco e la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) ha scaricato definitivamente il Cavaliere, che oggi ha inviato Gianni Letta a mediare con la Santa Sede anche se sembra improbabile che dopo le parole del cardinale ci possa essere ancora spazio per una mediazione. 

“Quando le congiunture si rivelano oggettivamente gravi, e sono rese ancor più complicate da dinamiche e rapporti cristallizzati e insolubili, tanto da inibire seriamente il bene generale, allora non ci sono né vincitori né vinti: ognuno è chiamato a comportamenti responsabili e nobili. La storia ne darà atto”. E ancora: “I comportamenti licenziosi e le relazioni improprie sono in se stessi negativi e producono un danno sociale a prescindere dalla loro notorietà. Ammorbano l’aria e appesantiscono il cammino comune. (…) Ecco perché si tratta non solo di fare in maniera diversa, ma di pensare diversamente: c’è da purificare l’aria, perché le nuove generazioni – crescendo – non restino avvelenate”. 

Parole chiare e nette. Anche se il nome del Cavaliere non mai stato fatto è evidente a chi l’invito a fare un passo indietro è rivolto, tanto e vero che nemmeno gli uomini del Pdl si sono avventurati nel dire che il cardinale non parlava di Berlusconi.

Ma il presidente del consiglio ascolterà l’invito della Santa Sede, invito comune a dire il vero a quello fatto dalle opposizioni e da Confindustria? La risposta sembra scontata: no, certamente no. Rimanendo in tema e usando le parole di Eugenio Scalfari, “nemmeno se venisse Gesù Cristo in persona a chiederglielo Berlusconi farebbe un passo indietro, lui resterà lì fino a che lo vota Scilipoti”. Gesù ha altro di cui occuparsi, non verrà certo a chiederlo di persona come nel paradosso di Scalfari, ma la gerarchia cattolica le dimissioni le ha chieste.

Ora Berlusconi è premier a dispetto dei diavoli dei mercati e a dispetto pure dei santi. 

Bossi a ruota libera tra "Caritas padana", insulti, gestacci, Mafia e fine della missione in Libia a settembre: “Somaro chi espone il tricolore”. E su Brunetta: “Il più pirla”.



Alla festa della Lega di Somma Lombardo, il senatùr ne ha per tutti: dai giornalisti che "prima o poi rischiano le legnate" al ministro Brunetta, "il più pirla di tutti". Ribadisce lo stop del Carroccio alla missione italiana in Libia, difende Tremonti e conferma il voto contrario della Lega alla mozione di sfiducia su Romano.

Insulti, gestacci, doppi sensi e divagazioni. Nonostante la fasciatura al gomito (che lo accompagnerà ancora per un mese), il ministro Umberto Bossi alla festa della Lega di Somma Lombardo (Varese) è più in forma che mai. Inizia parlando delle difficoltà del momento, occasione buona per tornare sul tema delle pensioni e ribadire l’impegno profuso dalla Lega Nord per salvarle, anche contro il volere della stessa maggioranza. E gli scappa pure un mezzo insulto al ministro Brunetta, “il più pirla di tutti”, ma poi corregge il tiro affermando che: “non è uno stupido… però”.

Su chi invoca l’unità d’Italia ed espone il Tricolore, invece, Bossi non ha dubbi: “Somari, che quelli (i terroni, ndr) mangiano e bevono”. All’indomani della manifestazione, tuttavia, il leader del Carroccio smentisce di aver mai attaccato la gente del sud: “Ho solo detto che il Paese va male e per farlo andare bene ci vuole ben altro che il tricolore”.

E’ un Bossi sensibile, che ha inaugurato proprio durante il comizio di domenica sera, la nuova linea umanitaria del partito. 

Dal palco della festa, davanti ad un centinaio di simpatizzanti, ha lanciato per ben tre volte l’idea di aprire mense per poveri gestite direttamente dal partito: “Dobbiamo pensarci noi, ogni tanto bisogna fare anche del bene. Non è giusto che ci sia gente che non riesce a comprarsi da mangiare. I poveri che non arrivano a fine mese possono venire a mangiare gratis”, paga la Lega. Anzi, paga Bossi di tasca sua: “Qualcosa ce lo posso mettere anche io di tasca mia, tanto io i soldi che guadagno li dò al partito e come me fanno tutti gli altri parlamentari della Lega”. E giù applausi.

Nel dettaglio, l’idea del Senaùr prevede che ogni sezione debba approntare un tendone per la distribuzione di pasti gratuiti ai poveri, e preso dall’entusiasmo organizzativo invita pure l’onorevole Giancarlo Giorgetti a farsi avanti come cameriere volontario. 

A Somma Lombardo si è ripetuto anche il rito dell’ostensione del dito medio ministeriale, stavolta esposto all’indirizzo della “sinistra” nel corso di un articolato discorso sul caso Milanese, utile non solo a far sapere agli avversari politici che non hanno speranze di far cadere il governo, ma anche per spiegare ai militanti una scelta (quella di votare contro l’autorizzazione all’arresto del consigliere di Tremonti) che nella Lega non tutti avevano compreso.

Tornano, più generosi che mai, gli insulti ai “giornalisti del cazzo” che diventano “stronzi” e “lacchè” per aver infangato il nome della moglie Manuela Marrone: “Una donna meravigliosa, che si è sempre fatta in quattro per la Lega, che ha gestito per anni una scuola (la scuola Bosina, ndr) senza prendere una lira”. Poi per la categoria più bistrattata del momento arriva anche il monito: “State attenti che prima o poi prendete quattro legnate”.

Nel corso della serata Bossi ha anche annunciato un incontro con il ministro Giulio Tremonti (a cui ha invitato anche Giancarlo Giorgetti) per parlare delle riforme strutturali per il Paese, riforme per la crescita delle imprese “non quelle di Napoli, ma quelle del nord, quelle che danno lavoro e che pagano le tasse”.

Già, perché quello di domenica sera è stato anche un discorso con accenni antimeridionalisti. Un sentimento mai sopito, che è tornato a fare capolino quando si è trattato di indicare un colpevole per la difficile situazione economica in cui versa il Paese, che ha speso molto: “perché costa troppo il sud”, mentre il nord “lavora e paga”. 

A margine, a chi gli chiede se sia preoccupato per il futuro di Tremonti come ministro, vista la bufera che impazza su di lui nel Pdl, Bossi risponde: “Speriamo di no” e poi puntualizza: “Lui era in America, d’altra parte uno come lui deve andare a rassicurare i mercati in giro per il mondo. Certo, loro dicono che stavamo votando una cosa che in qualche modo è legata a lui e lui non viene. Capita a chi ha troppo da fare”. 

Simile il discorso per quanto riguarda la mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Agricoltura, Saverio Romano, con il leader del Carroccio che ha confermato il voto contrario della Lega al voto di mercoledì alla Camera. 

E, sul rifinanziamento della missione in Libia è perentorio: “Avevamo detto che a settembre finiva la missione il Libia e a settembre è meglio che finisca”.