Berlusconi soddisfatto. Giallo sulla copertura finanziaria: mancano quattro miliardi
Le “unanimi determinazioni” di Arcore sollevano un dubbio atroce: che i partecipanti al vertice abbiano completamente smarrito il filo che lega - meglio, dovrebbe legare - le loro decisioni al rischio di fallimento del debito pubblico italiano, capace di trascinare con sè l’intero edificio dell’euro.
Il contributo di solidarietà? Non ce n’è più bisogno: basterà sostituirlo con l’eliminazione di «intestazioni e interposizioni patrimoniali».
Risparmi sulla spesa degli enti locali? Sostituiti - se capisco - dalle maggiori entrate derivanti dalla partecipazione degli stessi alla “lotta all’evasione”.
Prima di venire ai conti (che certamente non tornano), una osservazione di carattere generale: ma come sperano, i protagonisti dell’incontro di Arcore, di trasmettere agli italiani il senso della drammaticità della situazione, dell’enormità del rischio che incombe, dell’urgenza di cambiamenti radicali, se si comportano come se stessero discutendo di una delle tante manovrine estive, ciascuno difendendo un suo (spesso presunto tale) orticello e proponendo di spostare l’attenzione sull’orticello dell’altro (o presunto tale)?
Se la crisi che abbiamo di fronte è innanzitutto crisi di fiducia, la risposta deve venire dalla capacità della politica di fornire una guida credibile, uno stabile riferimento sia nella fase di determinazione degli obiettivi, sia in quella di definizione delle scelte necessarie a conseguirli. Ma il convento della politica, oggi, passa - in Europa - il vertice Merkel-Sarkozy, confusi e incerti tra maggiore integrazione (l’armonizzazione della tassazione di impresa) e resistenza alla gestione europea del debito (no agli eurobond).
E, in Italia, un governo che dispone il contributo di solidarietà, poi passa una settimana a discutere di aumento dell’Iva per compensare la scomparsa di risparmi di spesa; e infine elimina il primo, facendo dell’aumento dell’Iva una clausola di salvaguardia da usare quando ... le misure della manovra si riveleranno insufficienti allo scopo.
La verità è che il vertice di Arcore ha deciso di correggere la manovra - uscita debole e squilibrata dal Consiglio dei Ministri -, ma lo ha fatto rendendola ancora più debole e squilibrata. Più debole: il contributo di solidarietà e i tagli agli enti locali - per criticabili che fossero (e lo erano parecchio) - assicuravano tuttavia entrate e risparmi certi: non si può dire la stessa cosa dei «maggiori poteri e responsabilità nel contrasto alla evasione fiscale» che prenderanno il posto dei secondi. Mentre ci sono ancora più solide ragioni per dubitare che imperscrutabili (almeno per ora) “misure fiscali finalizzate ad eliminare l’abuso di intestazioni e interposizioni patrimoniali” possano compensare il venir meno di un gettito ingente (1,6 mld nel 2013 e altrettanti nel 2014) come quello associato al contributo di solidarietà.
Risultato: la manovra uscita dalla villa di Arcore vale meno, in termini di correzione degli andamenti di finanza pubblica di quanto valeva prima. I mercati non se ne accorgeranno?
Improbabile.
Le decisioni di Arcore accentuano poi il già gravissimo squilibrio della manovra, tra il contributo delle maggiori entrate e quello delle minori spese. Il Documento di economia e finanza “prometteva” un rapporto 75 a 25. Inteso come 75 da minori spese e 25 da maggiori entrate. Con un impressionante testa-coda, il decreto - manovra, nella versione originaria, rovesciava il rapporto: 60 da maggiori entrate e 40 da minori spese (audizione Banca d’Italia, ieri, in Senato). Ma, nell’anno cruciale 2013, il rapporto era addirittura 70 a 30. Ora, con l’intesa di Arcore - stando al comunicato finale - si arriverà, in quello stesso anno, a 75 a 25.
Poco male, perchè restano inalterati i saldi? Assolutamente no. A parità di correzione, manovre che accrescano la pressione fiscale sono molto più recessive di quelle che tagliano la spesa corrente. Con le correzioni ipotizzate ieri - e senza conteggiare gli aumenti di tasse che verranno decisi in sede locale - la pressione fiscale nel 2013 sfiorerà il 45 per cento del Pil. Il record assoluto nella storia repubblicana.
E pensare che tutto era cominciato, nel 1994, con “meno tasse per tutti ...”. È possibile correggere questo squilibrio? Certamente sì. Berlusconi e Tremonti dovrebbero semplicemente approvare un emendamento Pd, che realizza risparmi di spesa - via spending review, bilancio basato a zero e rivoluzione efficientista della Pa - almeno doppi rispetto a quelli previsti nel decreto.
Un’operazione difficile da fare perchè “disturba” troppi? Certo, difficilissima. Ma c’è o no il rischio che il debito pubblico italiano fallisca?
