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ieri, oggi e domani

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28 ago 2011

La manovra stravolge il referendum. Il vicepresidente dell'Anci Delrio denuncia: "L'articolo 4 della Finanziaria sulla privatizzazione dei servizi pubblici locali reintroduce di fatto una legge abrogata con il voto di 27 milioni di cittadini".



Il governo propone incentivi a chi privatizza i servizi pubblici: “Referendum stravolti”.
In silenzio l'esecutivo Berlusconi cerca di aggirare il voto del referendum sull'acqua del giugno scorso. L'articolo 4 della nuova manovra economica prevede la possibilità di aprire ai privati la gestione di trasporti pubblici, asili e rifiuti. Caselli, comitato referendario: "La furbizia di tener fuori l’acqua dalla manovra significa solo aggirare la questione. Il referendum non riguardava solo il servizio idrico". Fermo "no" del sindaco di Reggio Emilia, Delrio.

Non è bastato il referendum del 12 e 13 giugno, non è stato sufficiente che ventisette milioni di italiani si recassero alle urne, né quel quorum così tradizionalmente difficile raggiungere. La manovra economica spalanca le porte alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, offrendo peraltro incentivi economici agli enti locali che sceglieranno questa strada. Con lo slogan “l’acqua la lasciamo fuori”, il governo tira però dentro i trasporti, gli asili, i rifiuti, e tutti quei servizi che rientrano nella categoria di servizi pubblici locali e che quindi, al pari del servizio idrico, erano toccati dal quesito referendario numero uno. “Per fare un esempio – spiega Andrea Caselli del comitato referendario Acqua bene comune emiliano-romagnolo – con questa manovra potrebbe essere ceduta una parte dell’azienda dei trasporti pubblici. La furbizia di tener fuori l’acqua dalla manovra significa solo aggirare la questione, perché il referendum non riguardava solo il servizio idrico. Penso che l’opposizione sociale si allargherà e spero che avremo con noi anche gli amministratori locali”.

Cosa ne pensano i sindaci? Il sindaco del capoluogo dell’Emilia Romagna, Virginio Merola, e del primo cittadino di Reggio Emilia, Graziano Delrio, che è anche presidente dell’Anci. Dal Comune di Bologna la reazione per ora è il silenzio:  il sindaco bolognese promette di esprimersi sui singoli provvedimenti della manovra ma solo quando il tutto sarà definitivo. Il presidente dell’Anci invece è pronto ad annunciare battaglia. “La nostra posizione è chiara e unanime, l’articolo 4 della manovra reintroduce di fatto l’articolo 23 bis abrogato con il referendum”.

Delrio parla di “un’operazione  illegittima sul piano costituzionale” e riferisce che i sindaci, “siano essi di destra o di sinistra”, sono compatti contro questo provvedimento. I motivi? “Interviene sulle competenze dei comuni e delle autonomie. E’ una norma che lede il referendum. Obbliga ad alienare quote di società e a vincolare la vendita a scadenze temporali. In sostanza, devalorizza il patrimonio dei Comuni e non vedo quindi come possa aiutare la finanza pubblica”.

Delrio parla al plurale e fino ad ora l’opposizione all’articolo 4 ha già trovato i suoi alleati più convinti fuori dai confini della regione: nelle due città, Milano e Napoli, che solo un mese prima del referendum furono protagoniste della “rivoluzione arancione”, le reazioni sono dure e immediate. Cristina Tajani, assessore allo sviluppo economico della giunta di Pisapia, giudica un errore la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità e chiede che il provvedimento venga modificato: “Se venisse assegnata ai privati la gestione di settori in cui la concorrenza non può esistere, come quella del trasporto pubblico, si darebbe il via di fatto ai monopoli privati”. Anche la Napoli di De Magistris lavora contro l’articolo 4 della manovra. Alberto Lucarelli, assessore ai beni comuni, un incarico che parla da sé,  rivendica anche una storia personale che “dà coerenza a quel ruolo”: oltre che professore universitario di diritto pubblico, “sono stato estensore dei quesiti referendari e ho introdotto in Italia il dibattito giuridico sui beni comuni”, spiega. “Perciò posso dire con cognizione di causa che la manovra riproponendo le privatizzazioni non solo va contro la volontà espressa dagli elettori, ma agisce in contrasto con il diritto comunitario e con la stessa costituzione”.

Questa la ragione dell’appello nazionale (http://www.siacquapubblica.it/) (1) promosso da Lucarelli e dai suoi colleghi giuristi Ugo Mattei, Università di Torino, Luca Nivarra, Università di Palermo, Gaetano Azzariti, Università di Roma La Sapienza. Una lunghissima fila di firme è allegata al testo, a cominciare dall’ex magistrato Livio Pepino e dal missionario Alex Zanotelli. “L’Unione europea non impone forme di privatizzazione forzata, lascia solo una facoltà, non a caso Parigi ha scelto di ripubblicizzare l’acqua. In Italia, prima con Lanzillotta, poi con Ronchi, si è tentato di procedere con la privatizzazione forzata. Anche gli incentivi previsti in questa manovra per chi privatizza sono una forma di pressione, incidono sul potere di scelta degli enti locali”, spiega Lucarelli. “La Corte costituzionale aveva detto chiaramente che il referendum non era limitato all’acqua – continua Ugo Mattei – e invece ora vogliono limitare il più possibile quel Sì, delegittimarne la portata politica”.

“Politicamente siamo senza voce”, lamenta il professore torinese, “c’è un’asse che comprende maggioranza e opposizione a cui va bene vendere i servizi pubblici”. Nel frattempo si dichiarano contro le privatizzazioni il sindacato Cgil e alcune realtà associative. Codacons urla allo scippo: quel capitolo dell’articolo 4 della manovra, chiamato “Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dell’unione europea”, di fatto ripristina il testo abolito con il voto. Il comitato referendario, in Emilia Romagna e non solo, scalda i motori. 
E assieme ai giuristi firmatari dell’appello promette: “Quel provvedimento verrà impugnato davanti alla Corte costituzionale”.


1)

Appello dei giuristi estensori dei quesiti referendari per l’ acqua bene comune e prime adesioni.

La lettura della manovra di Ferragosto e del dibattito politico che ne ha accompagnato la presentazione produce una sensazione di profonda preoccupazione in chi ha a cuore la democrazia ed i beni comuni. Impressiona in particolare la disinvoltura con cui si maneggia una materia tanto delicata e fondativa di un ordine giuridico legittimo quanto quella della gerarchia delle fonti del diritto. 
La manovra mette in moto una sorta di processo costituente de facto  che di per sé denuncia la natura profondamente incostituzionale, a diritto vigente, della filosofia ispiratrice dell’intero provvedimento.

Al primo articolo si legge infatti che il Decreto legge è emanato “In anticipazione della riforma volta ad introdurre nella Costituzione la regola del pareggio di bilancio”.  
All’art. 3 si aggiunge che:“In attesa della revisione dell’art.41 della Costituzione, Comuni, Provincie, Regioni e Stato, entro un anno dalla data di entrata in vigore della Legge di conversione del presente Decreto, adeguano i rispettivi ordinamenti al principio secondo cui l’iniziativa e l’attività economica privata sono libere ed è permesso tutto quello che non è espressamente vietato dalla legge”.

L’art. 41 è uno dei perni della Costituzione economica italiana vigente. Esso sancisce che : “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
In Italia il processo di revisione costituzionale può svolgersi soltanto ai sensi dell’art. 138 Cost. che prevede doppia votazione in ciascuna Camera ed eventuale referendum confermativo. Fino a che questa revisione costituzionale non è avvenuta, la vigente Costituzione economica italiana è quella mista, che prevede un sistema di libera iniziativa privata sottoposto tuttavia a controlli anche preventivi volti a salvaguardare l’interesse sociale e la dignità della persona e l’ambiente. 
Cancellare per decreto ogni potere di controllo politico sull’attività economica costituisce una violazione palese e profonda del nostro tessuto costituzionale vigente che lo sbilancia in modo ancora più evidente a favore dell’interesse privato (spesso multinazionale)  ai danni di quello delle persone comuni. 
A ciò si aggiunga che la nostra Costituzione struttura uno stato sovrano cui non può essere precluso da poteri esterni  di qualsivoglia natura di investire sul lungo periodo, promuovendo la persona umana ed il suo sviluppo oltre a molteplici altri valori non economici (solidarietà, ambiente, paesaggio, ricerca scientifica, istruzione) anche nell’interesse delle generazioni future. 
Il Decreto viola inoltre la funzione costituzionale del risparmio, frutto dei sacrifici dei lavoratori, di cui all’art. 47 della Costituzione.  
La preconizzata costituzionalizzazione del pareggio di bilancio rende impossibile l’investimento sociale ed impone una visione aziendalistica dello Stato che la nostra costituzione non contiene in alcun modo  ma che è soltanto una delle cifre di quel fallimentare modello neoliberista, ancora troppo potente anche in Europa, che non ammette di aver prodotto la profonda crisi attuale.

E’  assolutamente necessario affermate con forza che il popolo sovrano, composto  nella stragrande maggioranza di quelle persone comuni ai cui danni la crisi si sta orchestrando, si è espresso appena due mesi fa nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione tramite i referendum in modo politicamente inequivocabile contro il modello di sviluppo neoliberista che il Decreto di ferragosto ripropone pervicacemente. 
In particolare, sul piano del diritto costituzionale vigente  non può essere riproposta la privatizzazione\liberalizzazione  dei servizi pubblici locali. Il clima di emergenza internazionale va verificato nella sua reale portata politica prima di affrettare manovre di pareggio dei conti in contrasto con i valori di solidarietà sociale della nostra Costituzione. 

È questa, non quella dei mercati finanziari, l’indicazione politica che occorre  seguire in Italia: un’indicazione inequivocabile che dopo vent’anni di neoliberismo ha affermato a maggioranza assoluta che, nel governo dei beni comuni, il privato non è sempre “la soluzione” ma molto spesso è esso stesso “il problema”. 
Il popolo ha fatto pervenire un’ indicazione politica chiara volta a riequilibrare il rapporto fra privato e pubblico a favore di quest’ultimo, dando immediata e piena attuazione agli artt. 41, 42 e 43 della Costituzione.

Di fronte a questo scenario sconcertante, che fa emergere una vera e propria emergenza beni comuni, rivolgiamo un appello al movimento referendario tutto affinché esso dichiari conclusa la stagione referendaria specifica, investendo di qui in poi energia e risorse (incluse quelle del rimborso elettorale) per dare finalmente voce autorevole e rappresentanza politica seria alla necessità urgente di invertire la rotta rispetto alla privatizzazione ed al saccheggio dei beni comuni. 

Alle forze politiche di opposizione ed al sindacato (in particolare la CGIL) chiediamo di consultare immediatamente le loro basi su questo cruciale spartiacque facendosi successivamente paladini di una ristrutturazione seria del settore pubblico informata alla piena tutela dei beni comuni, del patrimonio pubblico, della sovranità popolare e dei valori della nostra Costituzione. 

Agli amministratori infine, chiediamo di rispettare rigorosamente la Costituzione vigente, disapplicando se del caso, in ottemperanza di un preciso obbligo costituzionale di tutti i pubblici ufficiali, quelle parti del Decreto di ferragosto che più brutalmente tradiscono la volontà popolare emersa dai referendum di giugno.

Alla cittadinanza onesta e a quanti hanno accesso al sistema mediatico infine estendiamo un invito a sottoscrivere questo appello  su www.siacquapubblica.it, a sostenerlo promuovendone la conoscenza e la diffusione.
I giuristi estensori dei quesiti referendari sull’acqua bene comune: Alberto Lucarelli, Ord. Univ Napoli,  Assessore ai Beni Comuni, Napoli, già componente Commissione Ministeriale  per riforma dei beni pubblici; Ugo Mattei, Ord. Univ. Torino, già vice-presidente Commisssione Ministeriale per la riforma dei beni pubblici; Luca Nivarra, Ord. Univ. Palermo,  già componente Commisione Ministeriale per la riforma dei beni pubblici; Gaetano Azzariti, Ordinario di Diritto Costituzionale, Università di Roma La Sapienza.
Primi firmatari: 
Livio Pepino, Ex magistrato, già Componente CSM; Alex Zanotelli, Missionario Comboniano; Giorgio Airaudo, Responsabile auto, Segretaria Nazionale FIOM; Gabriele Polo, Direttore Editoriale, Il Manifesto; Giorgio Parisi,Fisico, Accademico dei Lincei.